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ARP 2500 - Prima parte

In principio… Nel 1968, Alan Robert Pearlman, ingegnere con precedenti occupazioni alla N.A.S.A., creava la sua società “Tonus, Inc.” per la commercializzazione di piccoli moduli di sintesi adatti al mercato educazionale. Due anni dopo, nel pieno boom dei sintetizzatori modulari hi cost, veniva presentato il grosso sistema ARP 2500.

Il progetto 2500 nasceva proprio per contrastare –e guadagnare così una fetta di mercato- il sensibile riscontro commerciale che Bob Moog aveva ottenuto con le sue prime realizzazioni modulari; da notare che, quando si parla di “sensibile riscontro commerciale”, non si intendono i grossi numeri cui ci hanno abituato le commercializzazioni dell’epoca MIDI: alle 170.000 e passa unità prodotte per la Yamaha DX7 Mk I corrispondono i (quasi) 12.000 Minimoog, i (quasi) 2000 sistemi Moog Modular ed i 29 (ventinove!) EMS Synthy 100…
Bene, torniamo al 2500. A differenza del contemporaneo sistema Moog, più prono ad instabilità cicliche nei suoi circuiti (e, in misura minore, del più esoterico Buchla Modular), il sintetizzatore 2500 aveva determinate caratteristiche funzionali superiori che ne garantivano una rocciosa stabilità nell’accordatura degli oscillatori – per la prima volta compensati in temperatura – e quindi un maggior appeal per l’allora fiorente mercato dell’educazione universitaria.
Un sistema 2500 di dimensioni medio grandi costava, all’epoca, attorno ai 17,000 dollari, cifra per certi versi propria del mercato immobiliare… Al sistema di base, potevano poi essere aggiunti progressivamente determinati sistemi addizionali di espansione, fino alla costruzione di veri e propri “muri” di sintesi.
La tecnologia messa a punto per il 2500, dopo due anni di mercato dedicato all’educazione universitaria ed ai grossi college americani, venne sfruttata nuovamente per produrre il modulare integrato ARP 2600, il grosso successo commerciale del 1971 che, insieme al modello Odyssey dell’anno successivo, segnò il periodo forse più florido della storica ditta americana.

La costruzione
Come in tutti i sintetizzatori modulari, anche l’ARP 2500 è costruito con un grosso cabinet che contiene alimentazione, moduli e sistema di interconnessione; a questo viene poi aggiunta una o più tastiere, a seconda delle necessità del musicista.
La costruzione modulare comporta, per sua natura, un grosso “spreco” di spazio: non è un caso che successive apparecchiature semimodulari, come l’ARP 2600 e –ci perdonino i puristi- il Serge Modular, riescano ad offrire prestazioni molto più concentrate in un ingombro ridotto… All’interno del 2500, lo spazio è grosso modo suddiviso in tre fasce orizzontali che vedono la presenza dei box contenenti i moduli veri e propri –nella fascia centrale- e, nelle due fasce estreme superiore ed inferiore, il sistema di interfacciamento costituito dalla matrix switchboard. Ciascun box prende alimentazione dalla struttura principale e “dialoga” con essa tramite multiconnettori che agganciano i segnali sensibili alle matrici superiori ed inferiori. Sempre sul retro del cabinet principale, trovano posto i connettori per la tastiera, i cui segnali vengono direttamente normalizzati nella matrice superiore.
Il sintetizzatore ARP 2500 è destinato ad ospitare, al massimo del riempimento, 6 + 6 moduli, cui possono essere affiancati, sacrificando parte dell’interconnessione a matrice, altri 3 moduli nelle posizioni estreme e centrale. Le matrici sono composte da sei blocchi più sei blocchi per ciascuna delle due strutture superiori ed inferiori.

La matrix switchboard
Costruzione distintiva del 2500, la matrice è composta da blocchi di dieci interruttori a slitta con venti posizioni di contatto – più una ventunesima posizione di off centrale – che permettono di ruotare il segnale collegato in ingresso verso una qualsiasi delle venti possibili destinazioni. I moduli alloggiati nel sistema, sono collegati meccanicamente con le switch board superiore ed inferiore e le serigrafie di pannello permettono, con un minimo di assuefazione, di ricostruire velocemente a quale slider corrisponda il segnale desiderato. Questo significa, ad esempio, che i primi tre ingressi di modulazione dell’oscillatore audio sono collegati ai primi tre slider della matrice superiore: in perfetto allineamento verticale, basterà spostare i tre switches corrispondenti sulle posizioni orizzontali relative alle sorgenti di modulazione dedicate. In questo modo, avendo cura di seguire con andamento verticale- orizzontale- verticale i percorsi di collegamento, è possibile raggiungere tutti i punti desiderati all’interno dello strumento senza avere patchcords di mezzo…
Chiaramente, ci sono dei limiti strutturali: ogni matrice ha venti + uno possibili scatti di connessione, quindi non ci potranno essere, nella parte superiore dei moduli ed in quella inferiore più di quaranta connessioni simultanee sorgente-destinazione; per fortuna, ogni sorgente può essere indirizzata ad un numero qualsiasi di destinazioni; la matrice non funziona, se non in maniera rudimentale, come unity gain mixer, ovvero non è consigliabile utilizzarla come miscelatore per gestire tre sorgenti sulla stessa destinazione.
Per passare dalla matrice superiore a quella inferiore (e viceversa) è necessario ricorrere a dei patchcords con cui trasferire il segnale; ciascuna linea orizzontale della matrice confluisce, alle due estremità, con plugs di pannello da cui si può prelevare il segnale (o, inserire la sorgente desiderata).
Tanta pulizia formale cozza contro un limite funzionale abbastanza grave: la matrice ha una grossa componente di diafonia; a differenza di un normale sistema di collegamento con patchcords, o anche con la pin matrix in stile EMS, i collegamenti effettuati nella matrice del 2500 tendono a spandere sulle diverse linee adiacenti. E’ un problema meccanico che non può essere superato in alcun modo. In una macchina che costava, all’epoca, 17.000 dollari, ci si sarebbe aspettati qualcosa di meglio…

Dove ascoltare lo strumento?
Tralasciando una delirante discografia “commerciale” prodotta, tra gli altri da Hugo Montenegro, potete concentrarvi direttamente su “Numbers” di Cat Stevens (… attenti a quando acquistate questo CD: di questi tempi potrebbero prendervi per un fiancheggiatore…), dove il primo brano strumentale è interamente realizzato con un ARP 2500 ed un ARP 2600. Poi ci si può rivolgere a Pete Townshend degli Who, per la famosissima backing track di sequencer in “Baba ‘O Riley” e per l’ancora più famoso filtraggio Hammond -> ARP in “Won’t Get Fooled Again” (anche se esistono registrazioni del provino realizzate utilizzando un più ancestrale EMS VCS3).
Ma anche il jazz non ha saputo resistere alle capacità foniche del 2500: tra gli utenti più blasonati, come non ricordare il compianto Paul Bley?

Dove “toccare”…
In Italia, il modello ARP 2500 è stato, da sempre molto poco diffuso (per evidenti ragioni di prezzo…): narra la leggenda che solo nel Conservatorio di Padova – ma bisognerebbe controllare la veridicità – giaccia un modello 2500 Portable Wing; mentre, nel mondo non istituzionale, solo Gianni Boncompagni (si, proprio quello di “Non è la RAI”) aveva a suo tempo potuto affrontare l’investimento. E proprio l’esemplare di Mr. Boncompagni – così indicato nella documentazione ARP – è quello che vedete fotografato in questo articolo: originariamente transitato attraverso lo storico Centro Musicale Roma, dopo una serie di passaggi intermedi, è da parecchi anni nelle salde mani di Claudio Mapelli – che pubblicamente ringraziamo -, poliedrico compositore e polistrumentista di talento con il quale (ma questa è un’altra storia…) chi scrive ha diviso fasti ed avventure nei vecchi Frenetic.

5 commenti

bello

notevole veramente... sia l'articolo che mi è piaciuto molto, che il vecchio Arp.
Da qualche tempo mi sto interessando al mondo dei synth... vorrei acquistarne uno appena possibile; provandone diversi(quasi tutti orribili macchinette digitali!!!) mi sono orientato sul Moog Little Phatty.
da esperto quale credo tu sia sai dirmi qualcosa a riguardo o propormi alternative interessanti per avere un bel sinth analogico.
grazie e ancora complimenti
Luca

Bellissimi!

Mi ricordo un bel concerto degli Area,e Fariselli aveva proprio un bell'ARP sopra il Fender rhodes...... :-)
Tanta roba questi analog sinths...pure il VCS3......averne uno ora......mi viene in mente "on the run" su Dark side,o il primo Battiato......
"Well, they say time loves a hero
But only time will tell
If he's real, he's a legend from heaven
If he ain't he's a mouthpiece from hell"

scusate per il ritar

scusate per il ritardo nella risposta - ma in questi giorni è un inferno...-

A) il little phatty è una macchina deliziosa! non è proprio potentissima, diciamo che ha qualche limite nella struttura (ad esempio manca il noise generator...), ma il suono è di prima qualità; in alternativa molto più costosa, vedrei il Cwejman S1 MkII o il Vostok. Puoi avere informazioni dettagliate da New Groove, noto "spacciatore" di materiale analogico...

B) secondo me, Fariselli rimane uno dei più grandi utilizzatori di sintetizzatore che abbiamo mai avuto!! sopra al rhodes c'era il suo Odyssey "bianco", un prima serie con il filtro 12 dB/Oct...

a presto!!!
enr

Re: scusate per il ritar

grazie mille per la dritta. ciaoo

Re: scusate per il ritar

de nada!

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