Quarta di dodici figli, nasce il 19 gennaio 1946 in una casa di una sola stanza, dove mancano l’elettricità e l’acqua corrente ma non le storie. Il padre, Robert Lee, lavora la terra e non sa leggere, mentre la madre, Avie Lee, custodisce inni e antiche ballate tramandate come un piccolo fuoco protetto con le mani. Prima degli studi di registrazione, per Dolly la musica è una necessità domestica, un modo di dare forma alla paura e alla gioia. A cinque anni compone Little Tiny Tasseltop per una bambola fatta con una pannocchia, a dieci canta alla radio locale e a tredici sale sul palco del Grand Ole Opry.
Il giorno dopo il diploma prende un autobus per Nashville, con la convinzione che una canzone possa essere una strada da seguire, ma
Nashville prova a dirle che cosa diventare: la Monument Records la vuole come cantante pop... Lei insiste sul country e sulla scrittura. Nel 1967 Hello, I’m Dolly la presenta al pubblico e Dumb Blonde le consegna un titolo quasi profetico.
Il brano non è suo, ma quella ragazza che rifiuta di essere scambiata per stupida annuncia già il personaggio che prenderà vita in capelli altissimi, lustrini e un sorriso capace di disarmare la condiscendenza. La svolta arriva nello stesso anno con The Porter Wagoner Show, grazie al quale Dolly e Porter Wagoner formano per sette anni una coppia amatissima della televisione country. Lo show le offre una finestra nazionale e lei cresce fino a non poter più restare dentro quella cornice. Quando nel 1974 decide di andarsene, trasforma il congedo in I Will Always Love You e, con il senno di poi, non è difficile capire che quel solo brano vale quanto molte, moltissime carriere. Non è una porta sbattuta, ma una mano lasciata lentamente, con gratitudine, dolore e libertà nella stessa frase. In seguito rinuncia a farla incidere da Elvis Presley perché il manager del Re pretende metà dei diritti editoriali. C’è tutta Dolly in quel gesto, in tanti la chiamano pazza, ma in realtà è semplicemente una ragazza dolce senza essere arrendevole, generosa senza cedere ciò per cui fatica così tanto.
Il cuore del suo lavoro è la capacità di scrivere vite intere con poche immagini; in circa tremila canzoni racconta persone comuni e donne raramente poste al centro della scena. Just Because I’m a Woman affronta i doppi standard tra i sessi, mentre in Down from Dover dà voce a una ragazza incinta e abbandonata, senza concederle un comodo lieto fine; Coat of Many Colors trasforma la vergogna di una bambina povera in un inno all’amore materno, senza rendere in alcun modo romantica la povertà; The Bargain Store fa di un negozio dell’usato il ritratto di un cuore ferito che osa ricominciare a sperare. Dolly scrive con parole piane e dettagli esatti e quando arrivano all'orecchio le sue melodie paiono già conosciute, come se si incontrassero lungo un sentiero del quale tutti, fin dalla nascita, conservano qualche ricordo.
È per questo che quelle canzoni sanno lasciare le Smoky Mountains senza mai rinnegarle: non dipendono dal banjo o dall’accento del Tennessee, perché sotto l’abito country custodiscono desiderio, lavoro, gelosia, fede e volontà di fuga.
Jolene, senza sorprese, è forse la canzone che meglio racconta la forza della scrittura di Dolly Parton. Pubblicata come singolo nel 1973 e inserita nell’omonimo album Jolene del 1974, nasce dall’incontro tra due immagini: una giovane ammiratrice dal nome musicale e una cassiera di banca dai capelli rossi che attira l’attenzione di Carl Dean, marito di Dolly per quasi cinquantanove anni. Quella gelosia domestica si trasforma in una supplica priva di rancore, nella quale la protagonista non aggredisce la rivale, ma depone l’orgoglio e le affida la propria paura: il nome ripetuto diventa una preghiera, un allarme e un incantesimo. Sotto la chitarra acustica che costruisce l’accompagnamento si avverte qualcosa di inquieto, quasi ossessivo, che permette al brano di attraversare i generi. I Sisters of Mercy ne fanno un’ossessione gotica, i White Stripes una ferita, mentre QueenAdreena, Me First and the Gimme Gimmes e Left Hand Solution la spingono verso punk e doom.
È il miracolo delle canzoni di Dolly, capaci di cambiare voce senza mai perdere identità.
Arriva poi Whitney Houston a trasformare I Will Always Love You in una vertigine gospel, cementando definitivamente ciò che il pubblico sa già, ovvero che il country è la lingua madre di Dolly, ma non il suo confine. Negli anni Settanta è Dolly stessa a mostrare l’elasticità della propria arte producendo New Harvest… First Gathering e rileggendo Jackie Wilson e i Temptations; con Here You Come Again entra nel pop, con Baby I’m Burnin’ sfiora la disco e con Great Balls of Fire guarda al rock and roll, sempre senza abbandonare le proprie radici. Dimostra così che una connessione profonda non è una catena, ma ciò che permette ai rami di allungarsi.
Ognuno ha una diversa Dolly preferita e chi scrive è da sempre innamorato di quella di 9 to 5. Dolly arriva al cinema nel 1980 e debutta accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin, ma la sua Doralee diventa subito l’anima del film. 9 to 5 riesce in un’impresa rara: trasformare la rabbia delle lavoratrici in una commedia popolare senza renderla innocua. Il film di Colin Higgins nasce dalle testimonianze del movimento 9to5, che prende forma nel 1973 grazie ad alcune impiegate di Boston decise a opporsi a salari iniqui, discriminazioni, molestie celate dai piani alti e promozioni negate. Le protagoniste non chiedono privilegi, ma rispetto. Attraverso il rovesciamento comico del potere, il film rende visibili problemi che il cinema commerciale pone raramente al centro della scena e mostra la solidarietà femminile come una forza concreta.
Al debutto come attrice, Dolly dà a Doralee umorismo e dignità, smontando lo stereotipo della segretaria bionda e disponibile. Durante le riprese, facendo battere le lunghe unghie acriliche, imita una macchina da scrivere e trova il ritmo del brano che diventa un vero e proprio inno: persino il costume, nelle sue mani, si trasforma in uno strumento. 9 to 5 conquista rapidamente le classifiche pop e country, ottiene una candidatura all’Oscar, vince due Grammy e offre alle lavoratrici un ritornello luminoso con cui dare voce a salari ingiusti, molestie e abusi di potere. La sua allegria non cancella la denuncia, ma la rende cantabile. Quel ritmo operoso e quel ritornello luminoso danno una voce comune alla frustrazione quotidiana e continuano a parlare di disparità salariale, abuso di potere e dignità del lavoro. Superano presto il confine del solo genere femminile e, senza promettere una rivoluzione astratta, danno voce a persone ordinarie che, unendosi, scoprono di poter cambiare il proprio ufficio e quindi una piccola parte del mondo.
C'è anche un altro lato di Dolly Parton, quello più concreto, che non entra in classifica. Nel 1995 fonda l’Imagination Library in omaggio al padre, nata per spedire ogni mese un libro ai bambini della sua contea, si è estesa a cinque Paesi e ha superato i trecento milioni di volumi distribuiti. Dopo gli incendi delle Smoky Mountains nel 2016 aiuta in prima linea le famiglie senza casa, nel 2020 sostiene con un milione di dollari la ricerca sul Covid-19. Nel 2025 perde Carl Dean, suo marito per quasi cinquantanove anni, e gli dedica If You Hadn’t Been There, poco dopo incide nuovamente Light of a Clear Blue Morning, devolvendone i proventi alla ricerca sul cancro pediatrico.
Se non si fosse ancora capito, la Dumb Blonde non è mai esistita. Tante parole sono state spese negli anni sul suo aspetto, ma è abbastanza chiaro che contino meno di niente di fronte alle sfumature estremamente profonde di una carriera che ha dato dignità a sentimenti spesso lasciati nel deperimento della vergogna. E quante sfumature aveva Dolly Parton, quante voci, e quante proiezioni si nascondevano dietro quella presenza così dolce e sbarazzina... Dolly ha spesso detto di voler essere ricordata prima di tutto come autrice, ed è proprio così che continuerà a tornare nella mente di tutti. In un garage, quando Jack White riapre la ferita di Jolene, in un ufficio, tutte e volte che qualcuno ha battuto il ritmo di 9 to 5 su una scrivania, nella voce di chi deve trovare il coraggio di andarsene senza smettere di amare.
Da ieri manca una voce tra le Smoky Mountains, ma già da molto tempo ci sono brani che vivono altrove... Sono in viaggio e sono di tutti, e sono capaci di dare una spinta, oppure un po' di conforto, a chi si sente oppresso dalla macchina della quotidianità, spesso senza trovare la forza per reagire.