Al centro di tutto c’è Chaotic Good Projects, una società di marketing digitale che avrebbe lavorato sulla visibilità della band, i Geese per l'appunto, costruendo reti di contenuti e interazioni capaci di influenzare gli algoritmi delle piattaforme social. Non si parla di acquisto diretto di numeri o di pratiche illegali, almeno per quanto dichiarato, ma di qualcosa di più sottile: la costruzione di un contesto in cui un artista sembra già rilevante prima ancora che lo diventi davvero su larga scala.
Di cosa si parla nello specifico? Di commenti, interazioni, repost, video e contenuti creati da utenti che Chaotic Good Projects dice essere umani e non bot, pensati per far digerire la band in questione in maniera più rilevante nell'algoritmo.

Per capire perché questa vicenda abbia generato tanto rumore, però, conviene fare un passo indietro, perché il successo nella musica non è mai stato un fenomeno completamente spontaneo. L’industria ha sempre lavorato per orientare l’attenzione grazie a tirature limitate per creare scarsità, campagne stampa coordinate, oppure radio spesate per far girare un singolo. Chi lavora nel settore lo sa bene, e lo sappiamo anche noi di accordo.it: interviste, articoli, uscite di prodotto, coperture editoriali, tutto fa parte di un ecosistema che, alla base, ha spesso una componente promozionale. Non sempre, e non è detto che la componente promozionale non possa dare benzina a progetti che di promozionale hanno poco. Ma i fondi per realizzare un contenuto servono a chiunque lo faccia di lavoro.
La differenza rispetto al passato non sta quindi nell’esistenza di queste strategie, ma nella loro visibilità. Un tempo i meccanismi erano leggibili: un passaggio in heavy rotation alla radio, una pagina pubblicitaria su una rivista, un articolo sponsorizzato su una testata di settore, una presenza televisiva: erano tutti segnali evidenti di una spinta promozionale. Oggi, invece, tutto tende a mimetizzarsi.
La promozione non si limita più a portare un contenuto davanti al pubblico, ma costruisce l’impressione che quel contenuto sia già al centro di un interesse diffuso. È un passaggio netto: dall’esposizione dichiarata alla simulazione del consenso.
In questo contesto si inserisce la traiettoria dei Geese. Negli ultimi mesi la band ha conosciuto una crescita molto rapida: attenzione mediatica costante, tour sold out, presenza diffusa nelle conversazioni online, ovvero una dinamica che aveva già sollevato qualche perplessità per la sua velocità, ma non per la qualità della proposta. La band ha un’identità precisa, un linguaggio riconoscibile, e funziona. Il punto non è quindi mettere in discussione il valore artistico, ma osservare il tipo di spinta che ha accompagnato questa emersione.
Secondo quanto si conosce, Chaotic Good Projects avrebbe operato attraverso reti di account social gestiti da persone reali, con l’obiettivo di generare discussioni, commenti e contenuti capaci di alimentare gli algoritmi di piattaforme come TikTok e YouTube. Non si tratta semplicemente di pubblicare clip, ma di costruire una conversazione attorno a un artista, una bandi n questo caso, facendo in modo che quella conversazione appaia naturale. La stessa società ha confermato di aver lavorato con i Geese e con il frontman Cameron Winter, ribadendo però una presa di distanza da pratiche illegali come l’utilizzo di bot.
Questo è importante perché è qui che si apre la zona grigia. Il punto non è tanto la manipolazione diretta dei numeri, quanto la costruzione delle condizioni che portano quei numeri a esistere. È un concetto semplice: se un contenuto viene inserito in una rete di interazioni progettate per sembrare spontanee, la sua diffusione può apparire organica anche quando è stata accelerata. Non si compra il risultato, si costruisce il terreno su cui quel risultato diventa "verosimile".
Questo tipo di approccio si integra perfettamente con il funzionamento degli algoritmi, che premiano proprio le dinamiche di interazione e partecipazione. In questo senso, più che una forzatura del sistema, sembra quasi un adattamento alle sue regole.
A rendere il tutto più sensibile, però, è un fattore culturale. Le grandi operazioni di marketing sono sempre state accettate nel pop mainstream, mentre in ambito rock, indie e in generale tra chi attribuisce valore all’esecuzione e alla scrittura musicale, resiste ancora un’idea di autenticità. Quando emergono pratiche percepite come "costruite", la reazione è più forte perché colpisce proprio quella aspettativa. Il nodo centrale resta quindi la visibilità, che oggi (ma non era molto diverso in passato) è la vera moneta del sistema, tutti la cercano, e non sorprende che esistano strumenti sempre più sofisticati per ottenerla. Il problema nasce quando questi strumenti diventano indistinguibili dall’attività spontanea degli utenti, perché a quel punto entra in gioco la fiducia; se il pubblico non è più in grado di distinguere tra interesse reale e interesse guidato, il rischio è un progressivo indebolimento della credibilità dell’intero ecosistema.
A questo si aggiunge un aspetto ancora più delicato, legato alla distribuzione economica. Il sistema dello streaming musicale si basa su un bacino limitato di risorse, redistribuite in base agli ascolti, e quindi se questi vengono influenzati (anche indirettamente) da dinamiche artificiali, il problema non è più solo comunicativo. Non esistono prove che colleghino direttamente Chaotic Good Projects a pratiche come l’utilizzo di bot per gonfiare gli stream, ma il fenomeno è già noto e si inserisce in un contesto fragile, nel quale qualsiasi alterazione può tradursi in una sottrazione di ricavi per altri artisti.
Alla fine, ciò che colpisce davvero è che questa vicenda non introduce nulla di completamente nuovo. Piuttosto, rende esplicito un meccanismo che è sempre esistito, ma aggiornato agli strumenti contemporanei.
Ed è proprio qui che resta aperta la domanda più interessante: ha ancora senso parlare di autenticità nei termini in cui lo abbiamo sempre fatto? In un contesto in cui la costruzione del consenso è parte integrante del processo, distinguere tra ciò che nasce spontaneamente e ciò che viene incentivato diventa sempre più difficile. Finché questo equilibrio resta invisibile, il sistema regge. Quando emerge, inevitabilmente, qualcosa si incrina.
È un peccato che queste "inchieste" vadano a incrinare la percezione di progetti musicali altresì immacolati. Ma viene anche da chiedersi se il problema non stia, fondamentalmente, in chi queste pratiche continua a non vederle come normali. Ogni giorno circa 100.000 nuovi brani vengono pubblicati su Spotify, condizione che pone le basi per una domanda molto importante: data questa coltre così fitta di proposte, e dando per ammesso e non concesso il valore di un progetto musicale, è ancora possibile emergere senza alcuna spinta esterna?
Così come c'è poi la questione dei rapporti con i DJ, come dici tu.
ci si scandalizza spesso di chi fa un uso smodato di promozione e marketing, ma effettivamente con 100000 nuovi brani AL GIORNO come si fa a farsi ascoltare?
tanti nel 2026 pensano ancora che fare concerti alla sagra della salsiccia davanti a 20 persone possa sostituire una promozione fatta in modo professionale
All’epoca il successo non era così “spontaneo” come sembra oggi a posteriori. Esisteva la payola, cioè la pratica (spesso nascosta o illegale) con cui case discografiche o promotori pagavano DJ e radio per trasmettere certi brani più spesso. In pratica, più passaggi = più vendite e non è una teoria, è roba documentata già negli anni ’50 negli Stati Uniti, con DJ molto noti finiti sotto inchiesta proprio per aver ricevuto denaro o favori in cambio di messe in onda di determinate canzoni e quindi molte hit entravano in heavy rotation non perché “scoperte dal pubblico”, ma perché spinte a monte.
Il boom dei 45 giri nel ’69 con decine di milioni di copie vendute, è legato anche a investimenti massicci in promozione radio e distribuzione. Le radio non erano neutrali “scopritrici”: erano parte del meccanismo.
Sulle certificazioni, anche qui il quadro è un po' diverso. In Italia, storicamente, le soglie erano molto più alte di oggi perché il mercato fisico vendeva enormemente di più.
Fino al 1974 circa: Disco d’oro = 1.000.000 copie
Poi ridotto (anni ’70-’80): 500.000 copie, successivamente 300.000
L'abbassamento dell'era digitale non significa necessariamente che oggi sia più facile, ma che le vendite fisiche sono crollate (-80% negli ultimi 20 anni) e il sistema è stato adattato includendo anche lo streaming.
Infine, l’idea che una canzone emergesse, o che lo faccia oggi, da sola è più mito che realtà. Ieri c’erano radio, DJ e major; oggi algoritmi, playlist e social. Cambiano gli strumenti, non la logica, serve sempre una spinta iniziale.
Con oltre 100.000 brani caricati ogni giorno su Spotify, pensare che qualcosa esploda davvero “dal nulla” è ancora meno realistico. Geese confermano.
Cambiano le epoche, cambiano le tecnologie, ma resta la promozione. Ancora più importante oggi vista l'assenza di investimenti poiché non c'è un gran ritorno in termini di vendite. Anzi mi chiedo come abbiano fatto questi Geese a ottenere un sostegno promozionale se poi gli album non si vendono.
Per me hanno fatto benissimo, anche perché, a parte un primo gruppo di persone che acquista un album per effetto della promozione, il successo dura solo se poi c'è della sostanza che conquista una ulteriore schiera di potenziali fan.