Ma chi diavolo era Perry Bamonte? Celebrato dalle testate straniere, ricordato dai media del nostro settore come una figura mitologica... E in Italia? Ne parlano un po' tutti, senza dire niente di troppo specifico. Tutti lo raccontano perché parlare dei The Cure fa notizia, ma nei tanti articoli frutto della cronaca, c'è poco più di quello che è dovuto.
Noi abbiamo aspettato qualche giorno, e ora vogliamo andare un po' più a fondo.
Perry Bamonte non era una rockstar nel senso classico del termine. Di certo non lo era in Italia, dove il suo nome resta per molti un refuso tra una lineup e l’altra dei The Cure. Eppure, fuori dai nostri confini, Bamonte è sempre stato considerato una colonna portante silenziosa. Uno di quelli che tengono in piedi il palazzo mentre tutti fotografano la facciata.
Londra, 1960: una nascita irrilevante (almeno all’inizio)
A Londra, nel 1960, succedono molte cose. Nessuna delle quali particolarmente interessata alla nascita di Perry Archangelo Bamonte. Anche a Basildon, una quarantina di chilometri più in là, accade parecchio: per esempio, da lì a poco nasceranno i Depeche Mode. Dettaglio non trascurabile.
Tra i banchi di scuola c’è anche Martin Gore, che divide l’aula con Perry. La cosa, all’epoca, non interessa nessuno. Né ai giornali, né alla storia. Fino ad oggi.
Bamonte cresce senza particolari segnali di predestinazione musicale. Anzi: quando decide di suonare la chitarra, attorno a lui trova più scetticismo che incoraggiamento. Il futuro “uomo dei Cure” inizia lavorando in un negozio di mobili. Un curriculum perfetto, col senno di poi, per capire come funzionano le strutture portanti.
1984: entrare nei Cure senza entrarci davvero
Nel 1984 Perry Bamonte entra nell’universo Cure. Non sul palco, non in copertina, non nei poster. Entra dalla porta laterale: roadie, assistente, tecnico delle chitarre per Robert Smith.
È quello che “si occupa della band”, che per gli addetti ai lavori significa: tutto ciò che conta davvero. Per sei anni Bamonte osserva, ascolta, impara; vive i Cure dall’interno senza avere il diritto di chiamarli “i miei Cure”. È il periodo in cui nasce il soprannome “Teddy”, frutto di un check-in alberghiero surreale e di una certa propensione a muovere la testa come se fosse sempre in soundcheck.

1990: promozione interna (senza conferenza stampa)
Nel 1990 Roger O'Donnell lascia la band. Robert Smith si guarda intorno e fa una scelta anti-rockstar: invece di cercare fuori, va immediatamente da Perry Bamonte. Non è uno di quei cambi di lineup che cambiano la narrativa della band dall’oggi al domani. È una di quelle che cambiano tutto senza dirlo. Poco dopo arriva Wish, e Bamonte suona ovunque: chitarre, tastiere, basso a sei corde. Friday I’m in Love deve parte del suo equilibrio proprio a quel lavoro invisibile, che nessuno cita ma che tutti riconoscono quando manca.

Con Wild Mood Swings il gruppo sceglie invece una strada più irregolare e frammentata. Si tratta di uno dei lavori più eterogenei della discografia, costruito su continui cambi di atmosfera, salti dinamici e svolte stilistiche anche brusche. Anche qui il contributo di Bamonte resta defilato ma costante, funzionale a sostenere una scrittura volutamente instabile. Episodi come Mint Car e Want fotografano una band che sperimenta senza particolari filtri, oscillando deliberatamente tra leggerezza pop e introspezione più cupa. Alla sua uscita l’album divide pubblico e critica, ma resta una testimonianza significativa dell’insofferenza dei The Cure verso formule già collaudate.
All’alba del nuovo millennio arriva Bloodflowers, spesso interpretato come il capitolo conclusivo della cosiddetta trilogia “oscura” iniziata con Pornography e proseguita con Disintegration. Le composizioni si allungano, si stratificano e si caricano di un’intensità emotiva quasi soffocante, con Robert Smith che torna a esplorare temi di perdita, memoria e sofferenza come se fossero un territorio familiare. In questo contesto Bamonte lavora più per sottrazione che per accumulo, contribuendo a un tessuto sonoro compatto e controllato, pensato esplicitamente per il pubblico più devoto.
Il percorso prosegue con The Cure, prodotto da Ross Robinson, che introduce un approccio più ruvido e diretto. Le sonorità si fanno più abrasive, le distorsioni più presenti, e brani come The End of the World e Lost restituiscono un senso diffuso di urgenza e instabilità. Anche in questo frangente Bamonte rimane una presenza discreta ma funzionale, parte di una band che continua a ridefinirsi senza guardarsi troppo allo specchio, dimostrando di sapersi rimettere in discussione anche dopo oltre venticinque anni di carriera.

Se proprio bisogna parlare di strumenti, Bamonte è l’uomo giusto per farlo male. Usa il Fender Bass VI quando ancora non se lo fila nessuno (letteralmente nessuno), e lo usa perché alla band serve profondità senza invadenza. Negli ultimi tour con la band usa prevalentemente una Aria BB-500 "Banante" baritona, una Gibson ES-335 del 1972 (spesso con Bigsby), e una Gibson Les Paul Custom apparsa per la prima volta tra le sue mani nel 1995 durante Just Like Heaven eseguita live all'interno del format MTV Most Wanted.

2005: uscire dai Cure senza fare rumore
Nel 2005, Bamonte lascia i Cure insieme a Roger O’Donnell (ri-entrato e ri-uscito). Robert Smith vuole ridurre la formazione. Perry commenta con una frase che oggi suona quasi zen: “Mi sento sollevato”. Nessun livore, nessuna guerra fredda, solo la consapevolezza che certi cicli finiscono. Si prende una pausa dalla musica, lavora come illustratore, diventa direttore artistico di Fly Culture, rivista dedicata alla pesca a mosca. Una deviazione apparentemente bizzarra, ma perfettamente coerente con il suo carattere: attenzione, pazienza, osservazione. Nel 2022 torna nei Cure come membro live per il tour Shows of a Lost World, e si rende partecipe di altri 90 concerti con l’ultimo atto che si realizza nel concerto-evento di Londra l'1° novembre 2024.
E quindi, chi era Perry Bamonte?
Perry Bamonte non era una rockstar nel senso tradizionale, questo è poco ma sicuro. Anche i The Cure stessi non lo sono, ma forse lui ha incarnato l'essenza del gruppo nel modo più puro e coerente. Non era nemmeno uno di quei session man d'alto bordo, di quelli che il solo nome basta per innalzare il successo di un brano ancor prima che lo si registri. Bamonte era un musicista strutturale: uno di quelli che tengono insieme le canzoni, i tour, le band. Senza proclami, senza narrazioni epiche. In un’epoca ossessionata dalla visibilità, Bamonte rappresentava un altro modo di stare nella musica, e forse è proprio per questo che - di fronte alla sua scomparsa - la sua figura, oggi, appare così necessaria e, al contempo, lontana.
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