
Sacramento, 1988: cronaca di un inizio improbabile
Sacramento, California. Non esattamente il cuore pulsante della musica mondiale. Eppure lì, nel 1988, nascono i Deftones.
La line-up originaria – Chino Moreno (voce), Stephen Carpenter (chitarra), Abe Cunningham (batteria), Chi Cheng (basso) – parte come tanti gruppi di amici: cover, riff rubacchiati ai grandi, un po’ di punk, un po’ di hip-hop. A inizio anni ’90 c’è la moda del DJ in formazione, e anche loro si adeguano. Il cliché è servito.
Quando arriva Adrenaline (1995), il gruppo sembra uno spin-off più cupo dei Korn: riff in drop-D, testi rabbiosi, energia giovanile. Brani come 7 Words e Bored diventano inni generazionali per adolescenti arrabbiati, con Moreno che alterna rap urlato e melodia. All’epoca nessuno avrebbe scommesso che quella band di Sacramento sarebbe diventata un riferimento culturale per tre generazioni.
Around the Fur: l’inizio della metamorfosi
Due anni dopo, Around the Fur (1997) cambia tutto. La copertina – diventata un simbolo – e il titolo, spiegato da Moreno come metafora del “bello che nasconde il brutto”, segnano un salto concettuale.

Musicalmente, è un disco feroce, ma con squarci di malinconia. My Own Summer (Shove It) porta la band su MTV e nelle playlist alternative, mentre Be Quiet and Drive (Far Away) mette in mostra un’anima introspettiva che strizza l’occhio a Depeche Mode e The Cure. Qui entra in gioco anche Frank Delgado, il DJ che smette di essere un orpello e diventa scultore di atmosfere. È il punto di partenza del vero “suono Deftones”: l’equilibrio tra peso e leggerezza, aggressività e carezza.
White Pony: la consacrazione
Nel 2000 i Deftones diventano “i Deftones”. White Pony è un album spartiacque. Non solo li emancipa definitivamente dal nu metal, ma li trasforma in pionieri di un linguaggio nuovo. “Change (In the House of Flies)” e “Digital Bath” sono brani che mescolano shoegaze, trip-hop e metal.
La band non è più solo colonna sonora per adolescenti arrabbiati: diventa il gruppo che puoi ascoltare in cuffia leggendo Murakami, o che un critico paragona a Swervedriver e Björk senza sembrare ubriaco. Con White Pony, i Deftones compiono il salto che altre band coeve non sono riuscite a fare: diventano intellettuali senza perdere credibilità metal.
La tragedia di Chi Cheng, gli anni difficili e Diamond Eyes
Nel 2008, l’incidente d’auto di Chi Cheng lascia il bassista in coma e la band in bilico. La tragedia segna un’era complessa, con album come Saturday Night Wrist (2006), considerato disomogeneo.
Ma invece di sciogliersi o vivere di rendita, i Deftones reagiscono rischiando. Non inseguono le mode, non si fossilizzano. Pubblicano dischi imperfetti, sì, ma sempre coraggiosi.
La morte di Cheng nel 2013 diventa ferita permanente, ma cementa anche la resilienza di un gruppo che non ha mai avuto paura di ricominciare.
Diamond Eyes (2010) segna la rinascita. È un album diretto, luminoso, quasi catartico, con brani come “Rocket Skates” che riportano la band ai vertici.
Seguono Koi No Yokan (2012) e Gore (2016): dischi che proseguono la missione di fondere brutalità e poesia.
Infine Ohms (2020), che riporta la band al centro della scena e riceve consensi unanimi, dimostrando che, trent’anni dopo l’inizio, i Deftones hanno ancora qualcosa da dire.
La "questione nu metal”
E veniamo all’eterno dibattito: i Deftones sono nu metal? Tecnicamente, sì. Adrenaline e Around the Fur hanno gli ingredienti: chitarre con accordature ribassate, rabbia adolescenziale, DJ a fare da contraltare... Ma già allora la band era “altro”. Nel 2024, Stephen Carpenter lo ha detto chiaramente a Rock Feed:
“Il termine nu metal era strano. Per me era solo metal. Sono cresciuto con i Big Four, perciò quando ci etichettavano così pensavo: beh, è solo la versione più recente del metal. Ho sempre capito perché lo usassero, ma ho iniziato ad apprezzarlo solo quando l’era era finita.”Insomma: mentre la critica discuteva, i Deftones erano occupati a fare altro.
2020: private music e l’arte di suonare piano
Arriviamo al presente. Agosto 2025: private music. Un disco che non punta a convincere nuovi fan, ma a confermare la piena padronanza del proprio linguaggio. Non un “greatest hits travestito”, ma un mosaico che riassume tre decenni di sperimentazione.
cXz, ovvero un ritornello da manuale Deftones, ma invece di librarsi verso il cielo, viene troncato da un groove nervoso di Cunningham. La sensazione è di promessa mancata: ti aspetti l’esplosione, e invece arriva un taglio netto. In locked club Carpenter inventa un riff che sembra voler pestare, ma lo pizzica con il pollice rendendolo al contempo pesante e fragile. Moreno ci gioca sopra alternando aggressività e sensualità, un equilibrio impossibile che solo i Deftones sanno rendere credibile. cut hands torna al rap-metal, ma lo fa con ironia: Moreno diventa un lounge singer strafatto e intento a sfidare il pubblico con un bicchiere di Martini. Non è nostalgia: è un gioco consapevole con la propria storia.

milk of the madonna è un brano più lineare, scivoloso, quasi pop nella sua efficienza. Qui la produzione in stile blockbuster hollywoodiano brilla di luce propria: sembra una sequenza di John Wick, ovvero violenza lucidata e patinata per l'occasione. infinite source si slancia etereo: il ritornello è un addio angelico, amplificato da una produzione che trasforma la malinconia in epica accettazione che la fragilità si muove con potenza inenarrabile. È la prova che i Deftones sanno ancora colpire al cuore. departing the body, il finale: Delgado manipola la chitarra di Carpenter fino a trasformarla in un telefono che ronza, come un oggetto che vibra dal passato. Un addio sospeso, quasi religioso.
private music è rifinito come un film in 4K: ogni suono è patinato, ma mai sterile. È violenza elegante, caos reso estetica. Nei dettagli c’è la magia della band: l’impressione che il disco voglia trattenere ogni momento, come un quadro di Rothko che ti ipnotizza con un rosso che sfuma nel nero. Oggi i Deftones non hanno il pubblico dei Foo Fighters né la nostalgia dei Korn. Eppure, sono più influenti che mai. Su Reddit, i fan litigano sulle migliori etichette da applicare al gruppo; nelle venue indie, decine di band copiano i loro riff. Hayley Williams sale sul palco per cantare Minerva con loro, e il Los Angeles Times li definisce “la band heavy preferita dalla Gen Z”.
Il miracolo è compiuto: i Deftones, partiti come band di nicchia, sono diventati un riferimento culturale trasversale.
Da trent’anni inseguono lo stesso enigma: come trasformare la pesantezza in bellezza e la bellezza in ferita? Forse non troveranno mai la risposta. Ma il loro segreto è proprio questo: vivere sospesi tra urla e sussurri, tra drop-D e delay spettrali, tra brutalità e carezze, e oggi, con private music, confermano che il mistero non va risolto. Va ascoltato, ancora e ancora.
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