Polly Paulusma e le dodici foglie

di Tommyacou - accordiano #9645 | 09 maggio 2012 @ 07:00
C'è odore di legno stagionato, resina e mastice, il negozio del liutaio di Cremona, non quello americano. Ci sono l'umida brughiera, il mar del Nord e i pub di Londra. Un romanticismo mai stucchevole. Un realismo elegante, articolato, necessario. Sapori naturali ed eterni.

Matura lo è sempre sembrata, fin dal primo album, la "british singer-songwriter". Non si saprebbe come definirla ora. E' qualcosa che intuisci al primo ascolto, è una percezione netta. Capisci che non cova nessuna utopia rivoluzionaria nè alcuna incertezza, nessuna intenzione di colpire, stordire, spiazzare (e vendere), se non con una rappresentazione intensa, introspettiva delle cose semplici e vere, che sono le più difficili da descrivere senza banalizzare. Come la pasta all'uovo, la burrata o il Marsala.
La chitarra acustica da lei suonata è onnipresente, anche se non in primo piano come all'esordio. Polly Paulusma compone sempre e solo con accordature aperte, per questo poi sul palco le fanno compagnia Martin, Cole Clark ed Epiphone, accordate ad hoc per i vari pezzi. Ma non chiedetele delle partiture, non la riguardano più di tanto.
Trovo il suo stile chitarristico e armonico così immediato all'orecchio eppure così raro e ricercato, sicuramente originale, quasi inusuale. Nobile, ma senza la puzza sotto il naso.
“Leaves from the family tree”: in tutto le foglie sono dodici, dodici canzoni abitate da un contrabbasso cordoso, la sua tastiera ti vibra nel petto. Gli arrangiamenti di violini e altri archi suonano magistrali, come quando ti colpisce la colonna sonora di un bel film.
Poi il piano e il rhodes. Un coro da far invidia all'epic metal, che diresti non c'entrare nulla, ma non fai in tempo a dirlo che sei già rapito.
Il tutto è condito da un testo elegante, che caratterizza tutti i lavori della Paulusma. Dimenticate la musicalità ripetitiva e banale (per questo più immediata) delle “lyrics” anglosassoni. Dimenticate le cento parole e le cinque strutture sintattiche in tutto con cui sono scritti i testi d'oltremanica.
A interpretarli c'è una soave voce folk, esuberante nei controcanti, originali e azzeccatissimi, disseminati in lungo e in largo.

In questo ascolto sembra tutto giustapposto, assolutamente necessario, nulla di debole o riempitivo.
Polly Paulusma, giunta al terzo album, è la dimostrazione vivente che si può evolvere musicalmente senza stravolgere la frequenza madre che ti contraddistingue come artista, senza mai rischiare, per questo, di ripetere se stessi.
C'è un'identità forte e riconoscibile che viene declinata verso dopo verso, canzone dopo canzone, album dopo album, senza monotonia.
C'è qualcosa di famigliare eppure di ampio respiro, un lavoro sincero e personale a cui concedere un'occasione. Una voce vera e vicina, un talento raro e genuino, salvaguardato.
“Leaves from the family tree” uscirà in iTunes il 28 maggio, ma Polly spedisce già per una decina di euro l'album, imbustandolo e autografandolo personalmente, tramite ordine sul suo sito www.pollypaulusma.com
La realtà non mente ed è il miglior investimento.


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