In questo senso, la comunicazione musicale diventa possibile anche dove esistono impedimenti che rendono difficile o impossibile interagire con persone che hanno deficit di tipo comunicativo di varia natura.
Proviamo a partire da questa premessa: la parola “handicap” deriva da un peso che veniva attaccato ai cavalli migliori per renderli meno competitivi durante le corse nell’Inghilterra del Settecento: da tale pratica nasce questo termine con il senso di “svantaggio”. Le persone portatrici di un handicap sono quindi affette da uno svantaggio, che in qualche modo “appesantisce” la vita in generale ed il quotidiano in particolare. È però possibile ritenere che questo svantaggio sia evidenziato, in parte se non in tutto, dalle condizioni sociali e dalle modalità comunicative tradizionalmente accettate. In altre parole, è spesso la società che determina le condizioni di svantaggio, costruendo e sostenendo modelli e prassi comunicative che (inevitabilmente?) escludono chi è a vario titolo considerato diverso.
Così, se ad esempio a scuola è necessario essere in grado di parlare per poter comunicare e partecipare, una persona che non potrà farlo sarà forzatamente esclusa dalla vita scolastica; oppure, nel quotidiano chi non può vedere è costretto a vivere in condizioni di forti limitazioni e a dipendere molto dagli altri. Il canale musicale, invece, fa leva su sensi ed abilità diverse, e permette di aggirare le difficoltà oggettive e soggettive e consente a chiunque, anche se in condizioni di particolare svantaggio, di potersi esprimere, di poter comunicare, di poter e di potersi emozionare: in sintesi, la musica permette a tutti di vivere senza svantaggi.
Moltissimi sono gli esempi di artisti che hanno raggiunto una popolarità anche globale pur essendo portatori di una disabilità (ma, se prendiamo per buona la premessa fatta, la musica in partenza permetterebbe di annullare questi svantaggi), e alcuni sono punti di riferimento e maestri in generi musicali diversissimi: pensiamo, solo per citare i più noti, a Stevie Wonder nel R’n’B e nel funk, o a Ray Charles nel blues e nel gospel; o ancora, a Michel Petrucciani nel jazz (che provocatoriamente si definiva fortunato per la sua malattia, che lo “costringeva” a dedicarsi alla musica anziché distrarsi con attività che non avrebbe mai potuto fare), a Pierangelo Bertoli nella musica d’autore o ad una superstar internazionale della lirica (ma non solo) come Andrea Bocelli.
Vi sono però diversi tipi di disabilità: come accennato prima, vi possono essere svantaggi sia dal punto di vista corporeo, come sul piano cognitivo. La musica può essere veicolo comunicativo anche di fronte a difficoltà di carattere mentale? E possono fare musica le persone affette da un deficit cognitivo, o da disturbi come l’autismo? Sgomberiamo subito il campo da dubbi: la risposta è un convinto sì.
Una persona affetta da autismo o da Sindrome di Down è una persona che appare in difficoltà nella gestione del proprio universo comunicativo: ascoltare, ascoltarsi, farsi ascoltare sono tutti aspetti che risultano irrimediabilmente feriti. Ciò che appare sempre integro, anche in presenza di questi svantaggi, è però proprio quell’intimità sensibile che è comune a tutti gli esseri umani e a cui, forse non a caso, la musica è in grado di aderire in modo deciso, efficace, totale. In altri termini, la musica permette di aggirare le difficoltà di tipo espressivo-comunicativo delle persone con disabilità andando a stimolare direttamente l’intimità sensibile delle persone, di tutte le persone.
Appare però chiaro, a questo punto, come sia importante individuare una modalità di comunicazione con la musica; se il fare musica tra persone senza svantaggi comunicativi avviene di fatto parlando (spiegando, chiedendo, interloquendo) di musica, come è possibile fare musica con persone che, per loro natura, non possono parlare o presentano importanti difficoltà a capire le nostre parole? È necessario fare sì che la musica non sia più e non sia solo l’oggetto della conversazione (ciò che avviene durante una qualsiasi lezione di musica), ma la musica deve diventare essa stessa conversazione. Se vogliamo che il mezzo musicale arrivi direttamente a toccare quell’intimità sensibile dell’umano che, ferita o meno, ci interessa andare a stimolare, interrogare o sollecitare, è davvero indispensabile che la musica sia il nostro canale comunicativo privilegiato, e che tutto ciò che appare importante o necessario dirsi sia fatto in musica.
Ritornando a più concreti dati di realtà, è chiaro che il rapporto tra musica e disabilità cognitiva persegue in modo pressoché totale l’obiettivo di un lavoro di carattere educativo; cioè, le persone con disabilità possono trarre evidenti benefici da un approccio educativo (finalizzato quindi al cambiamento e al miglioramento della propria condizione) che abbia come veicolo comunicativo proprio la musica. Viene a questo punto legittimo chiedere: ma, in realtà, a cosa serve e quali effetti ha questo modo particolare di fare musica? Vi sono molti aspetti della sensibilità che la musica può andare ad incidere, ma quelli più preminenti sembrano essere questi:
- il raggiungimento di un sempre maggiore autocontrollo, soprattutto di tipo emotivo e relazionale, nell’ambito della partecipazione attiva al lavoro musicale, che si riflette su un progressivo autocontenimento;
- il mantenimento di un attaccamento intenzionale al lavoro musicale che aumenta in proporzione all’aumento della complessità della sintattica musicale (quando cioè la musica oltrepassa costrutti elementari e non è più intesa solo come gioco o come mezzo di consumo);
- l’aumento della durata nella tenuta del lavoro musicale, e il progressivo dilatarsi delle capacità di perfomance, da pochi a molti minuti.
In conclusione, un approccio educativo-musicale di tipo professionale offre alle persone con disabilità cognitiva la concreta possibilità di accedere ad un percorso adulto, qualificante, ed estremamente significativo. Favorire la comunicazione musicale delle persone ferite dalla vita significa permettere, anche se in modo parziale e speciale, che queste persone abbiano innanzitutto una possibilità di espressione che altrimenti resterebbe latente, nascosta, incolta. Significa anche, e non è poco, diminuire le differenze e le distanze, e, in definitiva, consente di rendere il peso dell’handicap meno gravoso. La musica dimostra così di essere, ancora una volta, il mezzo di incontro più equo e democratico che l’uomo possieda.
Bellissimo articolo, che mi era colpevolmente ...
-Oliver-
http://f24rockblues.altervista.org
condivido quello che ha scritto Oliver e mi ...
SuperLoco