A livello storico l’uomo si è avvalso della Musica per rispondere a diverse necessità, il che in effetti la pone sotto una luce quasi celestiale, e costringe ad insistere (o anche solo a soffermarsi per un istante) sui vari significati che il fenomeno contiene. Si può disquisire tranquillamente di Musica come linguaggio (necessità o desiderio di dire qualcosa), si può ricorrere ad essa per condurre studi storici, antropologici, può essere mezzo d’intervento per cure terapeutiche (musicoterapia). Oppure ancora la si può semplicemente pensare come un particolare ramo dell’Arte o della Scienza.
Mentre a favore di queste ultime sono stati spesi fiumi di parole, non si può dire altrettanto per gli altri orientamenti. Ne esiste uno in particolare che a mio avviso merita un discorso e una relativa analisi sopra le righe, in quanto può accendere i riflettori su una strada in realtà già ampiamente battuta, ma forse dimenticata o travisata nel tempo: si tratta della Musica come categoria di percezione, secondo la quale la musica non sarebbe solamente suono, o la percezione di esso, ma una rappresentazione interna che percezione, azione e memoria contribuiscono a creare.
Il seguente articolo vuole mostrare un esempio di come la Musica, a partire da una configurazione puramente artistica, possa arrivare a generare, a dar vita, ad evocare immagini, luoghi, personaggi, persino brevi episodi a livello percettivo e puramente astratto nella mente di ciascun ascoltatore. Forse può sembrare vagamente ambizioso, in realtà non scopre niente di nuovo e vuole portare solo alcuni esempi pratici.
A partire dalla metà degli anni ’60 è andata diffondendosi la Psichedelia, una particolare concezione musicale in cui l’esplorazione e la sperimentazione artistica era inseguita, se necessario, anche mediante l’uso di sostanze stupefacenti (sì, è ormai arcinoto, ma repetita iuvant). È curioso il fatto che il termine – di origine latina – possa essere tradotto come “allargamento della coscienza”.
Al di là delle alterazioni psico-fisiche cui mirano a provocare le sostanze allucinogene, in questo contesto storico-sociale la percezione artistica dell’esecuzione musicale era paragonabile ad una sorta di opera d’arte raffinata e meticolosamente ricercata (persino esagerata?) anche se nel contempo un po’ “grezza”. Non era ancora la stagione della Musica navigata con partecipazione scenica – cui si dovrà aspettare ancora un’abbondante decennio dapprima con l’evoluzione rapida e fugace in Rock Progressivo e successivamente con l’introduzione del movimento Glam – ma la partecipazione spontanea alla vita politico-sociale cominciava a diventare un fenomeno in pericolosa ascesa, il che (oltre a dar vita a nuove forme di protesta) si tradusse in un fenomeno particolarmente portato alla sperimentazione che cercava, con varie modalità specifiche, l’insolito e lo “stupefacente”. Tant’è vero che la linea di confine tra Rock Psichedelico e Rock Progressivo, a volte, è molto sottile e labile.
La rappresentazione figurativa che scaturiva dalle esibizioni, se non era visibile ad occhio nudo, compariva fittizia nella mente di ciascun ascoltatore con le sembianze di un seducente ologramma: incarnazione tipica dei pensieri mielati e delle tentazioni più sensuali, cui la Musica, lo sappiamo bene, non si tira certo indietro.
Storici e famosissimi esponenti del movimento possono essere considerati i Doors, gli Yardbirds, in parte i Cream, i Beatles... ma a mio parere furono i Pink Floyd ad esplorare orizzonti davvero remoti in tema di percezione sonora e figurativa. Per questo motivo ho deciso di prendere come esempio il clip di The Trial.
L’album lo conosciamo tutti, The Wall, uscito in un anno (il 1979) in cui la stagione psichedelica e gli anni d’oro del Progressive erano prossimi ad un triste tramonto, per lasciare spazio ad una loro inesorabile evoluzione (criticatissima e apprezzata nel contempo) arricchita dai colori degli Anni ’80. Data la complessità dell’opera è facile comprendere il motivo per cui il suo inserimento in questo articolo diventa quasi un atto dovuto...
The Wall (“il muro”) è un maestoso concept album la cui trama ruota attorno a Pink, un artista che a causa dei tragici avvenimenti della propria esistenza (la morte del padre in guerra durante i suoi primi mesi di vita, la disumanizzante spersonalizzazione della scuola, l’iperprotettività della madre, l'avvilente vita da rockstar, le grottesche avance delle groupie, il divorzio dalla moglie), si chiude in un muro psicologico, protettivo ed invalicabile, che lo soffoca spietatamente, trascinandolo ai limiti della follia.
The Wall diventa una trasposizione cinematografica di se stesso nel 1982 sotto la direzione di Alan Parker, in stretta collaborazione con Roger Waters, il disegnatore Gerald Scafe e il regista Michael Seresin. La pellicola ha un impatto evocativo violento: tinte forti, immagini crude e animazioni perverse dipingono un’opera brutalmente drammatica che tanto piacque a Waters, e che completa in qualche modo il suo ambizioso progetto artistico.

La particolarità dei disegni animati nasce dalla visionaria penna di Gerald Scafe, disegnatore britannico ferocemente satirico. Le caricature sono vivacemente tinteggiate, e prendono letteralmente vita dai temi, dalla musica e dal testo delle canzoni originali.
Come le altre canzoni dell’album, The Trial (“il processo”) narra una parte della storia di Pink. In particolare si sofferma su un terribile esaurimento nervoso generato dall’effetto degli allucinogeni, cui si era aggrappato per compensare una vita piena di disturbi emotivi. Durante questo “processo”, Pink viene accusato di essere stato «colto in flagrante mentre mostrava sentimenti di natura quasi umana» («showing feelings of an almost human nature»). In altre parole, il protagonista si sottopone ad una sorta di auto-processo psicologico mettendo sotto esame egli stesso gli errori della propria vita. È un processo che lo porterà ad uscire dal muro.
La particolarità artistica del brano è racchiusa nello stile. Nutre infatti affinità per la concezione teatrale di Brecht e Weill, il cui perno è composto dalla teoria del Teatro Epico. Il Teatro Epico non è nient’altro che l’evoluzione del movimento Espressionista: mentre il secondo tende a turbare lo spettatore, il primo vuole indurre lo stesso al ragionamento attivo. Questo avviene tramite un’“operazione di straniamento”, la rappresentazione deve cioè impedire al pubblico di immedesimarsi nelle scene per poter esercitare su di esse un’azione critica. La musica, in questo senso, assume un ruolo fondamentale: essa non deve suscitare reazioni emotive, ma un atteggiamento intellettualmente attivo, instaurando con il testo un rapporto anti-naturalistico e critico, diventando essa stessa gesto scenico e sociale (“Musica gestuale”).
In effetti l’esecuzione vocale di Roger Waters, unita all’esecuzione orchestrale della musica (la chitarra di Gilmour apparirà solo verso la fine), rendono il brano molto simile a una piccola opera drammaturgica. Le caricature di Scafe rafforzano questo stile, generandosi e muovendosi in perfetta sincronia con gli arrangiamenti. A questo punto diventa difficile stabilire se sia la Musica a generare le immagini o viceversa...
Se il progetto artistico di The Wall dei Pink Floyd, volutamente e marcatamente evocativo, rappresenta una delle più grandi opere sperimentali degli ultimi trent’anni, i film d’animazione musicale Disney rappresentano una vera e propria quintessenza in campo sperimentale ed evocativo.
In particolare, uno su tutti è diventato una vera e propria pietra miliare della sperimentazione artistica: si tratta di Fantasia.
Il terzo Classico Disney è composto da otto episodi, i quali prendono forma da altrettanti brani di musica classica. L’idea sulla realizzazione del lungometraggio nasce nel 1937 per risollevare la popolarità del personaggio preferito da Walt Disney: Topolino. L’incontro fortuito con il maestro Leopold Stokowski, trasformò quello che sarebbe dovuto diventare un cortometraggio di dieci minuti (L’apprendista stregone) in una vera e propria Opera di carattere spiccatamente sperimentale.
In un contesto storico-sociale prossimo (per la seconda volta) a una guerra folle, e in contrapposizione alla corrente artistica di riferimento (il controverso Espressionismo), lo stile di Walt Disney è più affine a una narrazione romantica e sentimentale che ad un ostentato soggettivismo estetico.
Lo scopo di Fantasia è quello di coniugare immagini e musica al punto che risulti difficile distinguere se siano le immagini ad essere materializzate dalle note, o se siano le note ad essere sagomate dalle immagini... Sicuramente la Musica è al centro dello spettacolo, con il soave compito di rapire lo spettatore (o ascoltatore?) e catapultarlo in una dimensione fatta di dolci sensazioni. Le musiche, eseguite dalla Philadelphia Orchestra e dirette da Leopold Stokowski, furono registrate con una particolare tecnica (in principio chiamata “Fantasound”...) che fecero di Fantasia il primo film nella storia del cinema con sonoro stereofonico.
Uscito inizialmente nel novembre 1940 in un numero limitato di sale (non tutte erano equipaggiate adeguatamente per accogliere una pellicola in formato stereo), Fantasia divenne lentamente un vero e proprio capolavoro artistico, destinato a diventare uno dei simboli dell'innovazione e dell'avanguardia in campo cinematografico (e non solo).

L’episodio de “Lo Schiaccianoci” si compone di una selezione di alcuni pezzi dell’omonima opera di Pëtr Il'ič Čajkovskij. Lo stile del compositore russo è marcato da una naturale eleganza e da una straordinaria sensibilità timbrica, che se vogliamo si sposano bene con lo stile narrativo prettamente emotivo di Walt Disney. Particolarmente interessante è il fatto che per la realizzazione di questo episodio sia stato tralasciato ogni senso logico: le immagini infatti tracciano il susseguirsi delle stagioni, armonizzando le delicate note di Čajkovskij con delle immagini vellutate e melodiose, evidente parto di un pensiero romantico ma senza una trama precisa.
In un’intervista dell’epoca, Walt Disney affermava: «Fantasia rappresenta la nostra avventura più eccitante. Finalmente abbiamo trovato un modo per utilizzare nel cartone animato la grande musica di tutti i tempi e l'ondata di nuove idee che essa suscita.»
A differenza della puntigliosa opera dei Pink Floyd, che pretende una partecipazione razionalmente critica, Fantasia lascia spazio all’immaginazione e alla libera evocazione simbolica delle melodie. Due tentativi completamente diversi di stimolare la fantasia dell’ascoltatore e due metodi altrettanto diversi di condurre un viaggio tra quei filamenti argentei né liquidi né gassosi di cui sono fatti i pensieri.
Tuttavia è curioso il fatto che, in un’edizione proiettata nelle sale cinematografiche nel 1969, il cartone animato riscosse particolarmente successo fra i movimenti hippie e studenteschi per lo stile visionario e vagamente psichedelico (un giornale dell’epoca recitava: «The old Disney favorite re-released for the new audience. The ultimate trip»)... Vorrà pur dire qualcosa, no?
Un’ultima considerazione (ma proprio l’ultima) va spesa a riguardo della soggettività delle evocazioni. È chiaro che gli esempi riportati nel seguente articolo “pilotano” in qualche modo il fruitore del video: essendo frutto della mente degli autori, mirano a trascinare lo spettatore nell’esatta direzione da essi prestabilita.
Ma è altrettanto chiaro che, se pensiamo alla Musica come categoria di percezione, ognuno di noi sarà in grado di sviluppare un personalissimo ologramma in base ai propri sensi, alle proprie esperienze e ai propri ricordi. L’importante, ovviamente, è lasciare aperte le porte della percezione.
Nelle “Risorse per questo articolo” sono disponibili alcuni link di approfondimento.
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Quello del sorriso
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Rifletti prima di pensare.
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La musica ha creato l'universo.
pace e bellezza
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Re: La musica ha creato l'universo.
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Ma...
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La musica non tradisce, la musica è la meta del vi
Bravo
jeb
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Che lavoro !!!!!
How can a poor man stand such times and live
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Bravo Andrea !!
Live and let live..
Re: Bravo Andrea !!
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Fantasia
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