Il tour di The Suburbs ha già toccato il bel paese a Bologna il 2 settembre scorso e dopo quella folgorante dimostrazione, nell’attesa della data milanese all’Arena Civica del 5 luglio la domanda principale che aleggiava nell’aria era: riuscirà la band di Montrel a mantenere le aspettative? Diciamo subito che le aspettative sono state tutte ampiamente mantenute e anzi in modo talmente folgorante da dare diversi spunti di riflessione.
Intanto, gli Arcade Fire sono tantissimi. Sul palco si presentano in 8. E soprattutto, eccetto le due violiniste Sarah Neufeld e Marika Anthony-Shaw (unica musicista aggiunta in sede live), tutti suonano praticamente tutto. Al finire di ogni brano ogni componente si prepara per il seguente chi imbracciando un nuovo strumento a corda, chi sedendosi a una delle due batterie o al pianoforte, chi semplicemente tenendo in mano un tamburello pronto a scambiarlo a metà brano con un violoncello. Nessuno è un particolare virtuoso ma tutti dimostrano una personale complicità con gli strumenti che suonano di volta in volta.
Grazie a questa formula ad un concerto degli Arcade Fire è molto difficile annoiarsi. Ad aggiungere carne sul fuoco ci si mette il carisma di tutti, ma proprio tutti i componenti del gruppo, la loro fisicità, il loro divertimento. A dirigere le danze c’è Win Butler. Voce sgraziata ma raffinata, sembra un temerario uomo dei boschi e incarna il lato più serioso della musica del gruppo. A fargli da contraltare principale è la moglie Régine Chassandre, con l’aria allegra da elfo spiritato e il volto perennemente felice. Pur nel clima circense e movimentato che si viene a creare sul palco la band riesce a non essere mai caotica. Gli arrangiamenti sono sempre ponderati, spesso fedeli alle versioni in studio anche nei particolari e mai sopra le righe.
Ma il maggiore punto di forza del gruppo sono ovviamente le canzoni. Sono ben poche le band che al terzo disco possono vantare così tanti capolavori da poter scegliere in una setlist e difatti sono molte all’appello le grandi dimenticate del loro repertorio (anche se questo dipende in effetti anche da una scaletta non eccessivamente lunga). Ma poco importa, perché la qualità è davvero alta.
L’inizio è affidato ad una quartina da infarto (Ready to Start, Keep the Car Running, No Cars Go, Haïti), a cui segue una maestosa e inaspettata My Body Is A Cage. Il clima di perfezione è stemperato solo da una piccola dimenticanza di Butler all’inizio di Crown of Love. E’ da qui che il concerto ingrana davvero, lanciandosi nel clima del nuovo The Suburbs (che narra l’atmosfera stagnante e nostalgica della cittadina provinciale media), supportato anche da bei video dal piglio impressionista.
Nonostante i volumi (ridicoli) che l’amministrazione milanese imponga a questo tipo di eventi, l’energia è di una vitalità rara. Difficile descrivere il crescendo che legaIntervention a Neighborhood #1 (Tunnels), che arriva ad una incredibile We Used to Wait, per poi esplodere in un medley che lega furiosamente Neighborhood #3 (Power Out) e Rebellion (Lies). Quando il polistrumentista Will Butler (fratello del frontman) si arrampica spiritato su un’impalcatura suonando un tom da lassù, sembra che tutto possa accadere.
Il bis è affidato all’ormai classica Wake Up, pura gioia, e alla solenne Sprawl II (Mountains Beyond Mountains) cantata da Régine che danza fatata e infantile nel suo vestito luccicante. Gli Arcade Fire, tra immense accalmazioni, lasciano il palco umili e sorridenti.
Più che una band è una famiglia e più che un concerto è un rito.
Gli Arcade Fire rimescolano tantissime tradizioni, dal Folk americano alla New Wave anni Ottanta (più New Yorkese che Inglese), rimescolando tutto con piglio modernista e ripresentandolo spogliato della maniera e riportato al suo stato selvaggio. Cantano la vita esaltandone gli istinti primordiali lasciandosi andare di tanto in tanto a qualche citazione ma senza entrare in nulla che somigli ad un pavido revival.
In un epoca in cui gli stimoli sono troppi ed è sempre più difficile focalizzare un’identità e costruirla, gli Arcade Fire incarnano alla perfezione il detto “l’unione fa la forza”. Nessuno di loro sarebbe apparentemente diventato musicista affermato preso singolarmente, ma insieme hanno creato una delle realtà musicali più prolifiche e Reali degli anni 2000. Sono un simbolo di speranza, un antidoto contro l’annullamento schiacciante delle personalità nell’attuale società occidentale e fanno pensare che forse da qualche parte c’è ancora una speranza.

Non so mi pare una chiosa un po' troppo ...
pace e bellezza
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