Ma è il Van Morrison che quasi solo gli addetti ai lavori ricordano ad essere sicuramente il più significativo. Non vogliamo assolutamente svilire la potenza garage di "Gloria" con i Them o la sottigliezza soul di un disco come Moondance, ma Van “The Man” raggiunge il suo culmine artistico nel 1968 con Astral Weeks.
In un’opera meravigliosa quanto difficile, mistico e viscerale come non lo sarà mai più, Morrison esce dallo spazio e dal tempo dilatando la forma canzone fino a renderla inafferrabile, fondendo Jazz, Folk, accenni celtici, psichedelia e letteratura. Un melting pot di generi talmente coeso da creare un proprio mondo a parte. Non a caso, è la sua libera indefinibilità a rendere Astral Weeks uno dei dischi simbolo della stagione Rock di fine anni ’60, nonostante di Rock convenzionale non abbia pressoché nulla.

Nel 1968 Morrison ha 24 anni, un passato nei Them, problemi di alcolismo e di ego personale, un disco solista già dato alle stampe (Blowin' Your Mind!, 1967) e tanto veleno verso chi dovrebbe aiutarlo finanziariamente (Bert Berns, suo produttore, muore di attacco di cuore l’anno prima lasciando la vedova e detentrice dei diritti con un odio spietato verso Van).
L’irlandese ha una voce sconvolgente, di quelle che vengono fuori alla fine di una vita intera. Dopo essersi trasferito in pianta stabile in America, l’artista accumula canzoni, ne rifinisce di vecchie e le elabora dal vivo nei dintorni Bostoniani in una formazione ridotta, fino alla concretizzazione in album. Registrato in sole tre session tra il settembre e l’ottobre del 1968, il disco esce a novembre di quell’anno per la Warner Bros. Sono otto composizioni, in cui Morrison esplode in incredibili flussi di coscienza radendo al suolo le strutture ed abbattendo ogni barriera temporale. Un artista che veniva dal Pop da classifica ora si avvicinava più alla tradizione irlandese letteraria Joyciana che alla forma canzone, in un tentativo di accorciare il più possibile le distanze tra la concretezza e il pensiero. Già, perché Van cercherà spesso per tutta la sua carriera di rendere la musica il più possibile svincolata da ogni obbligo formale e, come Picasso, di risalire alla fonte originaria della creatività fino a renderla spontanea come il respiro. La realizzazione logistica di Astral Weeks dice molto in proposito. Oltre a Morrison alla voce e alla chitarra d’accompagnamento, vengono assoldati alcuni dei musicisti Jazz più bravi in circolazione (Jay Berliner alla chitarra, Richard Davis alcontrabbasso, Connie Kay alla batteria, John Payne al flauto e sassofono soprano, e Warren Smith Jr. alle percussioni e vibrafono), e non vengono praticamente istruiti su come dovranno essere suonate le canzoni. Morrison, già molto timido di suo, parla appena con loro (alcuni praticamente nemmeno fanno in tempo a conoscerlo di persona) e per tutta la durata delle session li guida solo con la voce e l’accompagnamento da dentro la sua cabina, in presa diretta, spesso senza ripetere le take. Morrison cerca insomma di catturare la tensione istantanea dirigendo uno stream of consciousness collettivo con a capo le sue canzoni. Ne nasce un’esperienza sbalorditiva che si inerpica in territori dove tutto può capitare. Anche le successive sovraincisioni di archi dell’arrangiatore Larry Fallon e del produttore Lewis Merenstein non snaturano la spontaneità del disco, seppur lo stesso Morrison le consideri tutt’ora di troppo.
L’Irlanda e l’America si intrecciano tra gli echi di infanzia di Cypres Avenue e Madame George, nell’esorcizzazione della paura dell’assoluto della title track, tra la drammaticità di "Beside You" e la gioia di "Sweet Thing", e ancora nell’elegante romanticismo di Ballerina e nella celebrazione del non finito dello struggente finale di "Slim Slow Slider". L’unico istante in cui il suono si ridefinisce in qualcosa di più programmato è "The Way Young Lovers Do", con le sue orchestrazioni leggermente sfalsate e il suo piglio arrogantemente soul, ma è solo uno sfizio manieristico che ci fa l’occhiolino prima di riprendere subito l’intenso viaggio spirituale della seconda metà dell’album.
Ogni strumento fa’ molto nel suo non osare troppo e la grande eredità che il disco ci lascia è l’insegnamento che la collaborazione è qualcosa che vive di vita propria e che necessita di essere lasciata libera. Il tappeto acustico che sostiene il disco è sorretto dalla batteria delicatissima di Kay e dal contrabbasso di Davis che oltre a guidare armonicamente si interseca, spesso rasentando il ruolo solista, con i vibrafoni e gli splendidi flauti.
A trainare tutto c’è ovviamente la magica voce di Morrison. Calda, Bluesy e Soul ma aspra ed alcolica. Canta come se non fosse importante farlo. Rimane passionale ma con un pacato distacco che lo eleva in luoghi misteriosi sia quando sussurra preziose narrazioni sia quando si lancia in incredibili vocalizzi volatili.
E’ inoltre da questo disco che l’artista irlandese comincerà ad orientarsi verso la ripetizione verbale di parole o frasi come veicolo di traduzione dell’inconscio (la “forma d’arte definitiva”, come asseriva in un’intervista del 1977). Come nei mantra tibetani o nei rosari cattolici The Man ossessiona le parole fino a gonfiarle di carica mistica ripetendole ed esaltandone i suoni prima che i significati.
Lo svincolarsi dalle strutture, il non finito, la celebrazione dell’istantaneità, il valore dell’improvvisazione e la bellezza dell’imprevedibilità. E’ questo e molto altro Astral Weeks.
E visto che Morrison rimarrà per tutta la carriera un artista totalmente e perennemente orientato in avanti, seguendo sempre e solo propri schizofrenici flussi d'umore (con buona pace dei collaboratori), questo disco sarà lasciato indietro piuttosto in fretta dall’artista irlandese, e per molto tempo (ci vorranno 41 anni prima che lo riproponga interamente dal vivo in una rara quanto sentita riappacificazione nostalgicadocumentata in Astral Weeks Live at Holliwood Bowl, 2009).
Moondance, che seguirà Astral Weeks di due anni, già vedrà battuto un terreno totalmente differente. In una base completamente R&B e Soul, un’impostazione Jazzistica più suggerita che rincorsa e una rinnovata attenzione per i limiti lo ricatapulteranno in un universo melodico definito. Un’urgenza senza dubbio meno istintiva ma che aprirà le porte a Morrison ad una riscoperta (discontinua) della canzone popolare, identificando definitivamente i 46 minuti di Astral Weeks come una fase irripetibile e consegnandoli alla storia.
Edoardo Frasso