Stiamo parlando di "The Sound of Perseverance" dei Death, ultimo parto discografico del combo statunitense purtroppo fermato dalla scomparsa di Chuck Schuldiner, chitarrista, cantante e compositore di tutte le musiche e tutte le liriche.
Il disco prosegue l'evoluzione artistica della band: abbiamo i primi tre album se vogliamo acerbi ma comunque considerati album pionieristici nel death metal, e quattro capolavori, un poker d'assi che culmina in questo The Sound of Peserverance, uscito nel 1998 per Nuclear Blast.

Il death metal tecnico ha raggiunto questa vetta finora mai doppiata da altri, qualcuno si è avvicinato ma senza eguagliare la bellezza di questa opera. Stiamo parlando di un death metal lontano dal grezzume degli esordi, lontano dalle velocità estreme di altri combos, distante dalle tematiche horror, splatter, anticristiane, sataniste di altri gruppi, siamo dove il death metal sarebbe dovuto essere oggi e mai è arrivato.
La produzione cristallina (Morrisound Studios, una garanzia) ci permette di godere appieno del talento compositivo di uno Schuldiner in spolvero come non mai, le composizioni sono progressive e bilanciate, le strutture sono stravolte rispetto ai canoni e i riff non sono mai banali, mai scontati, l'elemento forse più trascurato è la bravura nel porre metricamente i testi, da brividi se ci state attenti.
L'opener, Scavenger of Human Sorrow, è un gioiello per il numero di riff splendidi contenuti all'interno, una strofa incisiva, un ritornello feroce e brutale, un assolo complesso ma melodico.
Bite the Pain inizia con calma, forse per dar tempo all'ascoltatore di riprendersi dalla traccia precedente, per poi presentare una cavalcata inframezzata da break strumentali in cui fa la sua comparsa il Sig. Basso. Anche qui un assolo complicato ma davvero degno di nota. Spirit Crusher, orgogliosamente riprodotta live più veloce dell'originale, è introdotta da un basso "storto", ripreso poi dalla strofa assolutamente fuori dai canoni: che scale staranno suonando? La potenza della parte centrale, divisa in un altalenarsi fra parti lente (il ritornello) ed altre iperveloci, spiazza per la capacità di barcamenarsi in soluzioni diversissime tra loro ma gestite con talento e bravura. La seguente Story to Tell ha un intro che richiama i Judas Priest per poi tirar fuori dal cilindro un ritornello emozionante. Siamo dunque a metà del percorso con gli 8 minuti di Flesh and the Power It Holds, una continua altalena di emozioni e velocità che ne fanno l'episodio più complicato e meno fruibile. Molto particolare poi la sezione dell'assolo, decisamente melodico.
Voice of the Soul ci dà un attimo di tregua con una chitarra acustica accompagnata da scale armonizzate su due (in alcuni punti 3) elettriche: io fossi in voi l'ascolterei su Youtube perchè merita 4 minuti della vostra vita. Fidatevi.
Torniamo alla cattiveria con To Forgive Is to Suffer, riff introduttivo (ripreso poi nel ritornello) sconvolgente per linearità e bellezza. Possiamo dire che è la traccia in cui si diverte di più il batterista Richard Christy (alcuni passaggi sui piatti sono da brividi), altro asso nella manica di questa formazione unica. Manco a farlo apposta un grandioso assolo, prodotto, sceneggiato e diretto da Schuldiner in persona e si sente in ogni nota. A Moment of Clarity è un'altra cavalcata di gran classe e tiro, con un ritornello unico, di una semplicità disarmante eppure così coinvolgente da esserne rapiti. Mi stanco di ripetermi ma l'assolo è "parecchio bellino".
L'ultima traccia è la cover di Painkiller, canzone dei Judas Priest del 1990, ottimamente reinterpretata da Schuldiner e soci, forse anche migliore dell'originale: i Death la prendono e ne fanno una canzone propria. Provate ad ascoltarla senza scapocciare, non è possibile. Nota a margine: nel finale si sente una voce pulita, è l'unica registrazione su album della voce pulita di Schuldiner che da tempo aveva in mente di cambiare registro vocale. Tutto questo avrà compimento in The Fragile Art of Existence, album dei Control Denied ed ultimo tassello della carriera (e della vita) artistica del buon Giacomino.
Due parole sulla formazione: glissiamo su Schuldiner, ne abbiamo parlato tanto ormai, accompagnato da uno Shannon Hamm capace di assoli degni di nota, uno Scott Clendenin al basso al servizio della canzone, senza strafare ma sapendo riservarsi qualche momento per sè. Il migliore però è Richard Christy, un batterista capace e versatile come pochi, in grado di sostenere davvero le strutture delle 6 corde con una perizia tecnica molto alta ma soprattutto una capacità di costruire passaggi davvero da grandi maestri dello strumento.
Perdonate alcuni commenti forse poco oggettivi, ma stiamo parlando dell'album preferito della mia band preferita, non ne posso parlare sotto anestesia. I Death dimostrano di aver appreso la lezioni delle grandi band degli anni '80, Judas Priest in primis, rielaborando una materia ancora informe come era il death metal della fine anni '90. Grazie al talento mai troppo consacrato di Schuldiner questo album si trova ad essere un capolavoro senza ombra di dubbio. Chissà cosa ci avrebbe ancora regalato se non fosse morto.
Voto: 10
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AAAAAAAHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!
Bella recensione
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Clamorosi
Re: Clamorosi
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Symbolic o The Sound of Perseverance?
Re: Symbolic o The Sound of Perseverance?
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Re: Symbolic o The Sound of Perseverance?
Re: Symbolic o The Sound of Perseverance?
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Re: Symbolic o The Sound of Perseverance?
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E' consigliato per chi, come me, ascolta gli ...
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la voce è la cosa più difficile da farsi ...
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Mi inchino solo perchè hai deciso di dedicare ...
You ask me why I'm weary, why I can't speak to you
Death rules...