Puntuali ed elegantissimi fanno il loro ingresso in scena i cinquanta musicisti dell'orchestra, seguiti dalla band che li affiancherà nell'interpretazione dei brani, ovvero la corista Jo Lawry, il celebre chitarrista Dominic Miller, il percussionista David Cossin e il bassista Ira Coleman.

Infine guadagna il palco Sting che tra applausi scroscianti intona subito “If I Ever Lose My Faith in You”: la sua voce particolare e impeccabile è rimasta intatta nel tempo e la nutrita line-up che lo accompagna non può deludere il pubblico. Gli arrangiamenti sono ricchissimi, l'esecuzione magistrale e l'algido ed elegante elfo di Newcastle sfodera un successo dietro l'altro: “Every Little Thing She Does is Magic”, “Englishman in New York”, “Roxanne”, “When we Dance” - durante la quale entrano in scena due ballerini che accennano un sensuale tango argentino -, “Russian” - in cui l'orchestra dà il meglio con inequivocabili omaggi a Prokofiev -, mentre la più dolce “Hung My Head” e l'energica “Next To You” chiudono la prima parte del live.
La ripresa su rivela più intensa con “A Thousand Years”, “This Cowboy Song” - durante la quale Sting e la sua band deliziano il pubblico con una scanzonata quadriglia -, “Tomorrow We'll See” e una splendida esecuzione di “Moon over Bourbon Street” - inserita nella soundtrack di “Intervista con il Vampiro”- in cui gli archi e l'uso di un theremin accentuano i toni lugubri e solenni del brano, valorizzato dall'ottima veste sinfonica.
Tra un pezzo e l'altro l'ormai toscano Sting, in un italiano impeccabile, introduce i brani con un tagliente humour britannico e presentando “Why Should I Cry for You?”, dedicata al padre, ricorda la sua esperienza come cantante sulle navi da crociera, paragonandosi a...Silvio Berlusconi.
Siamo alle ultime battute e i compassati orchestrali si scatenano improvvisando buffe coreografie e indossando accessori eccentrici durante l'esecuzione dei brani, mentre un Gordon Matthews dalla voce sempre più acuta e potente chiude l'esibizione con un'ultima serie di successi: la celeberrima “Every Breath you Take”, seguita da “Desert Rose” e “Fragile”, chiudono lo show tra applausi e standing ovations.
Incitato dal pubblico, l'artista decide di fare un ultimo regalo alla sua platea. Accompagnato dalla sola chitarra intona “Message in a Bottle” e con la folla che intona impazzita “sending out an SOS” conclude l'esibizione. Resta nell'aria una sorta di liberatorio auspicio: quello di abbandonare i - pur piacevoli - barocchismi dell'orchestra per tornare alla semplice ma raffinata forma rock dei suoi componimenti.
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Symphonicity: una stroncatura?