

Dopo l’uscita nel 2006 del primo lavoro del gruppo, “Questo Disco Non Esiste”, si trovano ora alle prese con la nuova fatica. “Osti” è un disco complesso. Non è di facile decodificazione e nemmeno richiede di esserlo.
Il suo aspetto principale è che lascia spazio all’immaginazione. Perché è un disco che non è netto. In qualche modo celebra la bellezza della non finitezza. E’ vivo, sporco, a tratti violento, e i brani respirano nella loro sensazione di fermentazione, di canovaccio.
Il disco, registrato interamente in casa, si nutre fin dalle prime note di una misteriosità schizofrenica. Once Upon A Time In Cortile è un introduzione in attesa dell’inizio vero e proprio. Il Blues agonizzante e ringhiante di Blues per I, concentra una certa dose di elettricità. Elettricità che si limiterà nel disco a pochi istanti ben calibrati. Uno degli aggettivi più spontanei per definire questo lavoro è “acustico”, seppur il termine non renda assolutamente giustizia per spiegare le quantità di influenze musicali e culturali contenute nelle tredici tracce.
In gola a Bo è una umida ballata malinconica figlia di sguardi agli orizzonti americani. C’è l’aridità polverosa di Nebraska, seppure di effusioni con quell’epicità di Springsteeniana memoria non v’è traccia.
Non sono luminosi i Ninive. Ma nemmeno sono invernali. Sono assopiti in una calda sensazione di meditazione, ora concentrata, ora spinta da una velata ma consistente rassegnazione. C’è molto Grunge nell’accettazione più minimale del termine. C’è cantautorato un po’ dappertutto.
I riferimenti italiani rimandano ai Verdena fusi pienamente al rincorrimento di quella bellezza sgraziata di Paolo Conte. Ed è proprio Conte che torna nel cabaret vagamente ubriaco di L'oro e Bastanco, tripudio di coralità sciroccata.
E’ un album che si muove, scorrevole, fluente e sinuoso anche se spigoloso, e le sue influenze sono mutevoli e molteplici. Tom Waits, è nei solchi di tutta l’ispirazione per l’album e la sperimentazione che li porta a esplorare sonorità inusuali è imparentata con la curiosità di Tim Buckley.
La voce di Bosetti alterna forzature a sussurri, recitii convulsi a scansioni di parole cercate con cura. Sull’Everest è una riflessione sull’outsider (vorrei stare sull’everest, dicono che soli sia più facile aver ragione). E mentre Shine è un tunnel lungo ed oscuro “verso un’altra età”, addirittura echi di Radiohead dediti alla Motown anni ‘50 si fanno sentire in 2:51.
Tra minimalismo strumentale (Uh, E’ un brutto periodo) e lirico (Amos E I Giganti, Delta), l’album risulta sognante ma in maniera concreta, evitando un’etereità impalpabile ma incantando con i suoi mille solchi. I vari aspetti che lo compongono sono bilanciati in maniera sensazionale, e mai nessuno è invasivo verso altri.
La sensazione generale è tra blues elettronico e folk con una grave crisi di identità.
Un canto popolare disorientato e disorientante. Una preghiera western periferica, un romanticismo grigio, vissuto. Tra caos e creazione.
I Ninive hanno basi sulle quali crescere solidi e convinti. Fanno musica che si trova sufficientemente a proprio agio per essere creduta. E non è poco. Non lo è affatto. Ascoltare per credere.
Edoardo Frasso
Il disco è ascoltabile in streaming per intero al link indicato tra le risorse.
MFA prod. / 2008
01.Once Upon A Time In Cortile
02.Blues per I
03.Delta
04.In gola a Bo
05.Uh
06.L'oro e Bastanco
07.Sull'Everest
08.Amos e i giganti
09.Shine
10.2:51
11.Hey
12.Nessuno lo saprà
13.È un brutto periodo
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io non riesco ad ascoltarli
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ci sono riuscito
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