

Non ci vuole molto prima che la band comprenda che l’aria New Yorkese potrebbe essere un forte stimolante artistico. Agli inizi del 2000 il gruppo si trasferisce e inizia un lento ma proficuo periodo di formazione.
Il gruppo, che sceglie il suo nome in base al suono accattivante della parola, ha una formazione curiosa. Due coppie di fratelli ed una voce. Due interazioni intensissime che ulteriormente si intrecciano tra loro per creare una strada che un terzo elemento possa percorrere.
Sono i due fratelli Aaron e Bryce Dessner, affiancati a Scott e Bryan Devendorf. Ma è la voce di Matt Beringer il vero miracolo. Imparentato nel tono con un’ irlanda dal cuore infuocato, il suo timbro baritonale è profondo e intimo, travolgente ma umile. Dal vivo il suono del gruppo è arricchito occasionalmente da Padma Newsome, che dona a tratti un tocco tra il sinfonico e l’ambient con archi e tastiere.
La forza della band è che si tratta di un progetto improntato su un Rock di influenze non definite. Influenze totalmente differenti tra loro che si affiancano tutte assieme, e la cosa particolare è il clima di tumultuosa ansietà. C’è un che di apocalittico nella loro musica, ma in quest’apparire epiche le atmosfere rimangono anche profondamente sussurrate, quasi timorose. I The National Sono a proprio agio sia in una stanza buia che in un cielo aperto.
Il primo album della band, omonimo, risale al 2001, e da le coordinate per il sound generale da li a venire. Dopo due anni, passati a suonare per farsi conoscere, arriva Sad Songs for Dirty Lovers. Le canzoni tristi per sporchi amanti sono fondamentalmente fatte di indie folk. Oscillano tra un romanticismo che diverrà una costante fondamentale (Cardinal Song) e una sottile claustrofobia che il gruppo amerà molto (Murder Me Rachel). Non mancano i primi inni (Available).
La folgorazione arriva però nel 2005. Esce Alligator. Il gruppo è acclamato come parte attiva dell’esercito di nuovi eroi melodici dell’inizio millennio. Canzoni micidiali, lame di folgorazione ispirata davvero di rara bellezza (Mr November, Lit Up), si alternano a episodi dolci ma tenebrosi (Baby We’ll Be Fine, Secret Meeting) in un tutt’uno proporzionatissimo. Il successivo Boxer amplifica il discorso e lo nobilita ulteriormente, con capolavori autentici come Fake Empire o Racing Like A Pro e ancora più armonia tra le parti, tenute insieme da un Folk qui davvero fortissimo.
Riescono a fondere armonicamente ritmiche New Wave ricordando gli anni Ottanta, sensazioni metropolitane eroinomani e ansiose, esplosioni Pop melodiche con forse non voluti riferimenti ai REM, oltre che qualche accenno Folk figlio dello Springsteen più patriottico. Il tutto crea una soluzione micidiale di potere e sensibilità, asfalto cittadino e polvere esistenziale. Episodi come Abel o Mistaken For Stranger sono sporchi ma circoscritti.
La musica dei The National è fatta di un’oscurità argentea. Si sorregge su di un’espressività costruita da bassi in tumulto Joy Division e da un piglio armonico assolutamente inarrestabile. Non c’è una ricerca inerente al futuro. Ma produce un effetto interessante. Con sonorità che rievocano l’etereo riesce a dare una cupa sensazione periferica. Un omaggio all’atmosfera cittadina.
La loro musica arriva ad un percorso ben preciso, e colpisce dritta alla mente.
Alcune loro canzoni hanno il portamento di grandi classici. Sono sputate con una rabbia e una voglia indirizzate in un percorso ben preciso. Malinconia che non lascia l’amaro in bocca, e da una sensazione di casa. Teniamo un occhio ben attento e fiducioso, sui The National.
Edoardo Frasso
Bravi!
li adoro!
Bravi ma forse un po' freddi
Inquietudine Atmosferica
Re: Inquietudine Atmosferica
che eleganza...
UUUUh