Mansun

di From Under - accordiano DOC #7913 | 24 September 2008 @ 14:47 |
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Questa è la storia di un disco ambizioso, anzi, ambiziosissimo ma che per varie ragioni, tra cui il momento in cui è uscito, non ha riscontrato il successo meritato. Non solo, ma ha portato alla rovina una delle band più interessanti e promettenti degli anni ‘90. Intendiamoci, ambizioso è ambizioso, non c’è che dire. Trattasi di 61 minuti di musica scritta e suonata in un periodo in cui i CD si riempivano fino all’ultima goccia per giustificare il fatto che costassero così tanto. I Mansun si erano fatti notare due anni prima con “Attack of the Grey Lantern”, felice esordio che li fece conoscere e apprezzare a critica e pubblico. Ricordiamoci che era il periodo del cosiddetto brit-pop: Oasis, Blur, Pulp, Suede... ecc.

Ma i quattro di Chester, dopo l’incoraggiante esordio, fecero una scelta che, purtroppo, a distanza di anni potremmo giudicare azzardata. Se fosse stato il terzo disco, forse, sarebbe stato meglio per la loro carriera. Meglio perché avrebbero potuto consolidare la fama appena raggiunta e, da una posizione più solida, sferrare l’attacco finale. Invece si fecero prendere dalla furia compositiva e sfornarono quello che è stato il loro capolavoro e, contemporaneamente, la loro rovina.

Il sottoscritto se ne accorse per un video che passava sulle TV musicali. Era un video con i pupazzi in stile “Thunderbird”, quelle serie di animazione degli anni ‘60 di Gerry Anderson, il creatore della serie-cult UFO e altre ricercatissime chicche del periodo. Era un videoclip prodotto molto bene che illustrava la "rise and fall" di una rock band che da famosa viene tristemente dimenticata. Mai immagine fu più profetica di quella, ahimé. Il pezzo era interessantissimo, in pieno stile brit ma con qualcosa di più psichedelico, di lisergico e al tempo stesso decisamente pop, come solo gli inglesi sanno fare.
Il pezzo in questione è “Legacy” e a parer mio è una delle più belle pop-song che siano mai state prodotte.

“Six” è un concept album di brit-pop psichedelico. Quando lo ascoltai per la prima volta mi sembrava impossibile che fosse stato inciso nel 1998, sembrava di almeno trent’anni più vecchio. Ma aveva, e ha tutt’ora, un fascino perverso proprio perché non classificabile. L’industria musicale non ammette la non classificabilità di un disco, è l’amara verità.
I discografici e soprattutto i giornalisti musicali hanno bisogno di etichette, non ne possono fare a meno altrimenti non riuscirebbero a far vendere (o a stroncare) il lavoro di un gruppo che vuole perseguire la sua strada senza aver chiesto prima il permesso.
Gli “addetti alla cultura” bocciarono l’album come, appunto, ambizioso e fuorviante.
Ancora una volta una proposta musicale coraggiosa e sapientemente prodotta si scontrava con l’establishment strutturato e mummificato.

Il pregio di questo disco, poliedrico e multiforme, è quello di spaziare con disinvoltura dal pop alla psichedelia, dalla new-wave al punk senza batter ciglio. E’, di fatto, un’opera progressive nel senso stretto del termine. Ma a differenza dei più acclamati (e fortunati) Radiohead, i Mansun si spinsero ancora più in là nel cercare soluzioni veramente libere dai cliché. Non voglio fare alcun paragone con il quintetto di Oxford, che ha meritato pienamente la sua fortuna. I Mansun erano diversi, magari meno ispirati poeticamente ma dannatamente bravi a giocare col giocattolo del pop senza mai romperlo.
La voce di Paul Draper a tratti ricorda quella di Dave Gahan, le chitarre vanno dai Joy Division ai Kinks senza problemi, gli arrangiamenti vanno dal pianoforte solo al trio punk-rock sporco e cattivo. Il tutto in funzione del racconto, non molto dissimile da ogni concept della storia del rock, tra solitudine, alienazione tecnologica, schiavitù televisiva, cancro e decadenza post-moderna.

Dal punto di vista chitarristico è un autentico Bignami della chitarra rock. C’è tutto e il contrario di tutto. Sapiente uso degli effetti, dalle follie à la Greenwood ad arpeggi di chiaro sapore Gilmouriano, da ritmiche beatlesiane a riff dark-wave. Il tutto eseguito con grande maestria dal bravo Dominic Chad. Basso e batteria serratissimi e impeccabili e una bella voce a ricamare il tutto.
Una formula fuori dal tempo e forse lo sarebbe anche oggi. Però è triste che album come questi cadano nel dimenticatoio. Forse era il presagio di ciò che sarebbe successo alla musica rock dopo il Duemila, l’omologazione totale e la riscoperta (fotocopia?) del passato da parte di band che ripropongono tale e quale uno stile già proposto, così da non rischiare la già traballante sopravvivenza del mecato discografico oramai agonizzante.

Il mio consiglio per gli amanti del genere è di procurarselo e ascoltarlo con calma tutto intero. A parte gli inevitabili cali di tono (non esiste un concept che tenga per tutta la sua durata) è un’esperienza sonora intrigante e molto stimolante. Una specie di compendio della musica pop-rock d’oltremanica.
Un peccato che l’abbiano pagata così cara...

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Tutti i commenti

  • smashing pumpkins!
    di palin - accordiano #13541 | 24 September 2008 @ 15:23
  • ma non sono spariti...
    di attca - accordiano #12887 | 25 September 2008 @ 01:53
  • Li ho visti dal vivo
    di Lelio - accordiano #10372 | 27 September 2008 @ 02:09
  • Forse...
    di delvifuzz - accordiano #14554 | 13 March 2009 @ 17:02

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