C’ero anche io quella sera. Era il 13 gennaio del 1968. La sala era gremita di persone e io stavo davanti a loro, ferma e in silenzio, a osservarli. Non erano gente qualunque sai? C’erano assassini, spacciatori, ladri, stupratori, truffatori, mafiosi, ognuno con una storia di sangue e menzogne scritta negli occhi. E quasi ognuno di loro avrebbe cancellato quel passato dalla sua vita con la stessa solerzia e leggerezza con cui ci si tolgono quelle fastidiose caccole dagli occhi la mattina. IN punta di dita.

“Stupefacente” pensai. In effetti faceva strano vedere tutti quegli omaccioni, di fronte a me, tutta gente pericolosa, seduti sulle loro seggioline in multistrato di faggio, quasi in perfetto ordine.
Sembravano inquilini in attesa dell’inizio di un’assemblea condominiale.
C’erano gruppetti che chiacchieravano a bassa voce, tranquilli. Ogni tanto qualcuno scoppiettava di una saporita risata, mentre il suo vicino sorseggiava una lattina di birra dello spaccio.
In fondo, in piedi, ricordo con esattezza due carcerati molto alti. Uno fumava con avidità la sua sigaretta senza filtro, mentre l’altro mi guardava male, fissandomi come solo un assassino può guardare la sua prossima vittima, con l’unico occhio buono, chè l’altro era di vetro.
Le guardie carcerarie erano serene, avevano tutti la divisa ben pulita e stirata, i manganelli e le pistole dormivano lucidi appesi alle cinture in cuoio nero.
Solo uno di essi, l’ultimo arrivato, era visibilmente nervoso. Aveva la camicia blu vistosamente bagnata di sudore, alle ascelle e alla schiena, e accarezzava il manganello come fosse un cane che si era troppo agitato.
All’improvviso sentii una voce alle mie spalle, una voce forte e rotta di bourbon e sigarette. Era il Direttore. Cavoli se era elegante oggi.! Nel suo gessato, a cui il prominente stomaco gli aveva impedito di appuntare il primo bottone della giacca, invitava i presenti a sedersi e a fare silenzio. Parlava in uno scintillante microfono a nastro RCA, sospeso su una rete di molle, e la sua voce ne usciva ancora più autorevole del solito.
Ci vollero cinque minuti buoni prima che il silenzio calasse nella sala, e ora mi sentivo un po’ in imbarazzo con tutti i loro occhi puntati addosso, come se si aspettassero da me un miracolo.
Fortuna che non ero io la protagonista dei loro interessi, così decisi di voltarmi, verso il palco, e guardare anche io il vuoto che fissavano i carcerati.
Passò un omino piccolo piccolo sul palco, ci mise due minuti. Passò davanti ai due Fender Twin , poi al Bassman, infine a un piccolo Supro giallo e rosso, disinserendo loro lo stand-by. Le valvole erano già ben calde e subito tre gemme luminose, tre rubini rossi, si accesero nella penombra del palco. Ripassò a mano tutti i cavi, picchettò sui microfoni, si voltò verso di me e annuì. Strinse un galletto alla batteria e sparì nell’ombra da cui era spuntato.

Nella sala ora si sentiva solo il respiro pesante dei carcerati, all’unisono quasi, e i 4 ronzii degli amplificatori, ognuno con una sua voce, un suo carattere.
Il brusio dei reclusi alle mie spalle mi fece soprassalire, tre uomini ben vestiti erano sul palco ora. Il primo che notai fu Luther Perkins, alto, magro, coi capelli impomatati, una faccia da ragazzino in gita e quegli occhiali da vista con la pesante montatura in bachelite nera. Si mise a tracolla una bellissima Telecaster giallina, appesa a una sottile cinghia in cuoio. Dietro di lui Marshall Grant stava spippolando le chiavette di un Fender Precision Bass nel tentativo di ricavarne una qualche forma di accordatura. In quel frattempo W.S.Holland si era già seduto allo sgabello della batteria e beveva un po’ d’acqua.
Rimasi incantata nel vederli, i Tennessee Three, che si preparavano al concerto come soldati alla battaglia.
Uno scroscio di applausi, fischi, piedi per terra, e tamburellare di mani sulle sedie, accompagnò l’ingresso di un uomo sul palco. Era John R. Cash, sì, hai capito bene, Johnny Cash.
Rimasi colpita onestamente, era davvero un bell’uomo, nonostante la statura non eccelsa. Scuro di capelli, aveva un bel fisico, spalle larghe e torace ampio e massiccio. Ma erano due cose che gli davano quel nonsochè di magico: gli occhi, che sembravano aver visto la storia del mondo dal primo fuoco acceso sulla Terra, e il vestito, quell’abito nero che avvolgeva il suo corpo. Già. In fondo era lui il “Man in Black”.
Mentre l’applauso non accennava a scemare, l’ Uomo chiamò il tempo alla batteria e in quattro quarti mi trovai travolta da un’incalzante sequenza di vibrazioni e aria smossa.
Era “Folsom Prison Blues”. Un boato dei detenuti ne accompagnò le prime due battute, mentre l’Uomo, di fronte a quegli uomini, cantava, e ammiccava, e cantava ancora. In fondo, avrebbe potuto esserci tranquillamente anche lui seduto tra loro, se avesse avuto meno fortuna.
Cantava bene Mr. Cash, una voce profonda, che ti porta a casa e ti fa sentire piccolo, ma al sicuro, e arrivò filato a quel verso. “I shot a man in Reno just to watch him die…” Era follia… Ho sparato a un uomo a Reno solo per il gusto di vederlo morire… Era follia, ma non lì, e non quella sera.
I carcerati esplosero allora, e io stavo nel mezzo, presa a schiaffi dall’aria mossa dalle manacce di quegli animali e da quella spinta dal cuore dei quattro musicisti. Le note, il calore, l’essere uomo di quell’Uomo, mi passavano attraverso, come se avessero dovuto scrostarmi di dosso anni e anni di ruggine.
Il concerto proseguì, “Dark as a Dungeon”, poi “I Still Miss Someone”.
E qui entrò lei, quella donna meravigliosa, figlia di una prateria grande come il suo cuore. June Carter. La moglie dell’Uomo, la sua Donna, colei che ne aveva salvato e riscattato l’esistenza, lo aveva fatto rigare dritto. La sua voce sottile e forte come il vento, accompagnata dagli Statler Brothers, si affiancava a quella di Mr. Cash.
Erano una madre e un padre, che accoglievano a braccia aperte le anime dannate dei detenuti, come il padre del figliol prodigo della parabola.
E io stavo lì nel mezzo. Ero di troppo. Ma nessuno mi ha fatto sentire di troppo. Nessuno mi ha chiesto di andare via. Era solo una sensazione che avvertivo nella trama della mia sostanza stessa.
La serata proseguì. Le canzoni pure: “Cocaine Blues”, “25 Minutes to Go”, “Orange Blossom Special”…
E via così fino a “I Got Stripes”, “Green, Green Grass of Home”, e “Greystone Chapel”.
Nel frattempo la gente in sala aveva urlato, pianto, riso, battuto le mani, ballato, fumato, dormito, cantato insieme all’Uomo che, a parole, e in musica, li esortava al riscatto, alla salvezza.
Solo io ero rimasta sempre lì, in mezzo, in silenzio, investita da quell’ondata di umanità bilaterale che non mi apparteneva.
Seppi che in seguito di quel concerto fu fatto un disco. E in quel disco si sente tutto. La musica, i cuori, le sigarette spente a terra, le lacrime che scivolano sulle tute dei reclusi, le mani delle guardie che battono a tempo con quelle di assassini, ladri, e stupratori. Si sente il Man in Black che trascina una serata verso la redenzione di chi è troppo giusto o troppo sbagliato. Tutto si sente, tutto si riesce a vedere in quel disco, tutti.
Tranne me.
La stupida e inutile rete metallica che quella sera divideva i buoni dai cattivi, i dentro dai fuori, la vita dalla morte. L’unica, stupida rete metallica, che, quella sera non avrebbe dovuto, e non avrebbe voluto, mai esserci.
Wonderful!
Isidoro Serrati
"chitarristi passano metà del
Bellissima, davvero.
www.danielebazzani.com
...
<p>Paolo_Gaspare</p>
da brivido
<a></a>
Bello
Fantastico
Nicola
www.myspace.com/nicocip
Complimenti
I shot a man in Reno just to watch him die