
Dopo numerosi cambi di formazione dall’iniziale e roboante “In The Court of The Crimson King” attraverso altri tre album dalle fortune più o meno alterne ("In The Wake Of Poseidon", "LIzard" e "Island"), alla fine del 1971 Robert Fripp decide di prendersi una pausa dalla sua creatura e comincia nuove collaborazioni, tra le quali spicca quella con Brian Eno, con cui inciderà il visionario “No Pussyfooting", inaugurando una sorta di forma “tascabile” di musica sperimentale, inizio di una nuova era in cui la musica dei non-musicisti farà scuola, tra loop e divagazioni elettroniche dove la strumentazione viene lasciata "libera" di sfogarsi da sola.
Inaspettatamente però, nel 1973 riprende in mano la sigla King Crimson, evidentemente desideroso di misurarsi di nuovo con il palco e l’energia di una vera band. Recluta per l’occasione una delle formazioni più strepitose che si siano mai viste, a cominciare da Bill Bruford alla batteria, stanco dei pluriosannati Yes, John Wetton dei Family, poderoso bassista e cantante di classe, il violinista David Cross e il percussionista Jaime Muir.
Incidono “Lark’s Tongues In Aspic” e “Starless And The Bible Black” (senza Muir), due pietre miliari del Prog-Rock che spostano ancora più in là l’orizzonte della musica rock, accostando suoni onirici ed etno-sperimentali à la Bartok alle fredde sponde della musica concreta, il tutto definito nei contorni dalla chitarra ancora più tagliente e matematica di Fripp, sempre più lontano dall’approccio sanguigno e rabbioso dei suoi coevi e sempre più vicino ad una concezione “colta” e programmatica del rock.
Dopo alcuni concerti di cui si narrano grandi gesta, ma ai quali il live postumo U.S.A. non renderà giustizia (a detta dei testimoni) il gruppo si presta a sfornare quello che sarà più un testamento che un manifesto, chiudendo i battenti proprio all’uscita del disco nei negozi per poi far perdere le proprie tracce.

Red è sostanzialmente il disco di un power-trio, anche se l’apporto di David Cross, qui in veste di session man, e dei compagni della prima ora McDonald, Collins, Miller e Charig ai fiati è senz’altro importante per uscire dai canoni del trio rock e decontestualizzare il prodotto finale.
Dopo aver esplorato strade neo-classiche, dopo aver strizzato l’occhio al jazz e alla musica contemporanea i King Crimson di Robert Fripp incidono un disco inequivocabilmente ed orgogliosamente rock, come lo si evince anche dalla copertina. Una foto dei tre in bianco e nero (più nero che bianco) come mai era accaduto in ambiti progressive. Mettendoci la faccia, i tre sembrano dichiararla un’opera decisa, sintetica ed essenziale, senza fronzoli barocchi.
E' rock, ma è il rock dei King Crimson, è il rock del Professor Fripp e quindi destrutturato, sfaccettato. Come un quadro cubista, che mantiene forte l'impatto ma ne scompone la struttura.
Dalla memorabile title-track strumentale, che investe l’ascoltatore senza dargli tempo di prepararsi, in un intreccio potente e spigoloso, con una progressione di accordi da manuale e una ritmica schizzoide ma allo stesso tempo granitica si approda in apnea alla struggente “Fallen Angel”, in cui sembra di tornare indietro alle dolci ballate come “Epitaph” e “Exiles”, mentre qualcosa stride. Sarà l’acustica distorta, sarà il riff esatonale, sarà la tromba che canta come in un funerale dolente che spostano l'atmosfera dalla dolcezza a una fredda malinconia elettrica. “Fallen Angel” lamenta Wetton, come per ricordarci che qui non siamo in paradiso ma in un malinconico purgatorio.
Da l'avveniristica e acida “One More Red Nightmare”, si approda a “Providence” che è essenzialmente un estratto delle improvvisazioni live di quel periodo, caotico delirio di tempi dispari in cui gli strumenti s’interrogano sul concetto di armonia. Ma è sul finale che questo album tocca vette inarrivabili, a mio modesto parere. E qui spenderò qualche parola in più.
Un triste tappeto di mellotron prepara la via ad una lenta marcia funebre in cui la dolente batteria accompagna il lamento distorto della Les Paul di Fripp, la voce di Wetton è malinconica mentre il sax di McDonald risponde al dialogo con fraseggi altrettanto malinconici, in una coltre di nebbia. Tutto fila via liscio, si direbbe un'altra ballata romantica dei Crimson in perfetto stile.
Ma ad un tratto tutto si ferma e la chitarra comincia a pronunciare due note in successione, continue, ossessive come una nenia sinistra, spostando regolarmente gli accenti, seguita dal basso saturo. Piatti e percussioni aumentano il crescendo, lentissimo, spasmodico, paranoico.
Entrano cassa e rullante e la cosa si fa decisa. Non si sa dove si va ma ci si va di sicuro. La chitarra continua come una goccia sul marmo, imperterrita con le sue piccole stridenti note, insistenti, martellanti. La tensione sale, sale, sale sempre di più. La batteria comincia a urlare, le percussioni s'incuneano con suoni inquietanti, come rumori in casa. Poi tutto si congela. Chitarra e basso sospendono la tensione per alcuni secondi per poi aprire alla fuga strumentale. E qui la band fa sfoggio di tutto ciò che ha tenuto in serbo fin'ora. La geometria si sfalda, le linee si aprono e la musica esplode, fino al gran finale, un drammatico accordo minore che non lascia spazio alla luce.

Red è un album oscuro, elettrico, nevrotico e tagliente. Impossibile non vedervi i semi di ciò che sarà dopo. Un'intensità incredibile sopra una struttura sonora spigolosa e geometrica. Una forza dirompente ma pensata, calcolata eppure sporca e geniale. Il trio è una macchina perfetta. La batteria è incisiva, i suoni sono acidi e taglienti e fanno già presagire il futuro. Il basso è un pilastro di roccia ruvida. Le composizioni sono una cavalcata notturna in cui la chitarra ricama arpeggi meravigliosamente abrasivi, mentre i fiati jazzano in libertà, potendo fare quello che vogliono su questo treno che viaggia libero nella notte spettrale.
Solo un gruppo alla fine della propria storia poteva lasciarsi andare completamente alla musica, senza schemi, senza etichette. Non è più progressive, non è jazz, non è musica sperimentale, non è psichedelia, è una rock band che ha deciso di sostituire all'impulso animale una rabbia cerebrale, asettica quanto potente e acida.
Red è un album rock, il più rock dei King Crimson e uno dei più rock della sua era, perché è sporco, sofferto, suonato.
E' un disco compatto e granitico, cerebrale ma potente. Qualcuno ha detto che urla di più dell'uomo schizzoide ritratto nella copertina di "In The Court Of The Crimson King". A distanza di trentaquattro anni quest'opera è ancora incredibilmente moderna e attuale, come a voler significare che quando tre musicisti entrano in studio senza preconcetti può sempre venir fuori qualcosa di unico e senza tempo.
Bellissima recensione!
www.t-pedals.com
pietre miliari
<p>amare significa poco dolci</p>
Re: pietre miliari
Gibsonite
Il disco che avrei voluto scrivere io....
<p>
--</p><p>La mia musica è una sorta di blues.
Finalmente RED !
Non lo conosco
<i>AAHHYAAKK!</i>
"In the court..." -
<i>Carlo "slidincharlie" Pipitone</i><br
diventa necessario averlo
Meerko
www.myspace.com/catsnjoe
www.myspace.com/mi
Bravo! La recension
Crisfusion
ma guarda... poprio
Red
Re: Red
www.t-pedals.com
capolavoro
e poi...
youtube
<p>
--</p><p>La mia musica è una sorta di blues.
Cremisi...
"Well, they say time loves a hero
But only time w
Re: Cremisi...
:-)
"Well, they say time loves a hero
But only time w
la migliore band del mondo
Sempre bravo
sssaaasss... è? s s sssaaasss... è?
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Bella recensione! Disco imperdibile ovviamente,
pace e bellezza
http://www.myspace.com/cybillshep
Il problema dei KC
Re: Il problema dei KC
pace e bellezza
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Re: Il problema dei KC
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Red è un vero capolavoro, la trilogia ...