The Boss. Il Rock in cui crediamo ancora.

di EdoFrasso - accordiano #13197 | 06 July 2008 @ 19:46 |
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Non pensavo di credere ancora nel Rock. Sapevo solo di averne bisogno. La cosa più bella è il sorriso. Bruce Springsteen accoglie la folla con un sorriso. Un largo sorriso accogliente, caldo, dolcissimo. Summertime Blues parte in sordina, divorata dal boato emotivo, divorata dalla gioia. Eddie Cochran da qualche parte, se la ride. The Boss inizia la celebrazione in quella che per sua stessa ammissione è la sua seconda casa. San Siro estivo. Lo si ritrova sempre uguale. Caro posto piacevole, contenitore di anime sempre tutte diverse, sempre tutte confusionarie.

Da quel 1985, questo cugino che vorremmo vedere più spesso torna a farci visita. Ogni volta con un regalo dal suo viaggio ininterrotto attorno al mondo e dentro l’anima. Lo stadio è la vera prova se un artista è tale. Nel momento in cui un artista è in grado di trasformare un’enorme area con migliaia di persone da intimorente a intima come una piccola stanza, la vittoria è stata conquistata. E la sera del venticinque giugno al Meazza ognuno è solo in una piccola stanza. Solo con altre settantamila anime. Ognuno può fare affidamento su proprio respiro senza sentirsi solo. E con la consapevolezza che se quel respiro vacilla, se la voce si spezza, c’è un muscoloso sognatore, stivali in pelle e Telecaster in bella vista, che la sorregge.

La E Street band, dopo il brutto, pessimo scherzo di Danny Federici, è un cane randagio, pestato, bastonato. Un cane epicamente ferito. Fierissimo. Fierissimo. Non te lo perdoneremo mai, Danny.

Clarence Clemons, enorme, probabilmente con il cuore di miele, fa apparire il suo sax un flauto. Soffia vita. Alle tastiere “Professor” Roy Bittan e Charles Giordano tessono di continuo tappeti di equilibrio, pagine bianche sul quale Bruce possa narrare se stesso. Little Steven, inutile descriverlo. Un pirata, un fratello. Garry Talent lambisce un basso corposo e certissimo della sua posizione di base. Max Weinberg è un pugno d’asfalto. Potenza quanto serietà. Nils Lofgren, stile incommensurabile, immenso chitarrismo. Dita che accarezzano, lame dell’emozione sinuose. Ed il violino di Soozie Tyrell è per tre ore il centro irlandese del mondo. Sono un giubilo di storie narrate. Sono il gruppo in cui tutti vorrebbero suonare.

Dopo il tripudio corale di Out In The Street, primo vero inizio, e l’epicità maturata di Radio Nowhere, una Spirit In The Night straordinaria è sesso e soul. Bruce è tutta energia. E’ tutta convulsione. In amplesso con uno stadio. Durante Darkness On the Edge Of Town è un narratore di polvere, in She's The One è un domatore di ritmo, durante Mary’s Place è un incantatore di serpenti.

Ma è durante Racing In The Street che è chiaro chi sia davvero quest’uomo. E’ chiaro di essere in quel momento il suo respiro. Di voler essere la sua voce. Essere la sua voce. Ci si rende conto di appartenergli. Di alzare la testa, solo se lui trova che sia una buona idea, di sfidare la vita solo se ispirato da un suo pugno contro il dolore. Raramente il mondo occidentale ebbe fonti d’ispirazione più grande nella lotta. Contro cosa? C’è sempre una lotta.

The Boss è il futuro di The Rising, gospel accecante, è il presente di Because The Night, Lofgren impugna saldamente lo scettro di padrone, è il passato di Badlands, furore infuocato.

Poco importa se Girls In Their Summer Clothes si rivela essere vagamente inutile. Il Detroit Medley è un dono di fiducia, da lui a noi. Rarissimo, è Rock’n Roll e gola selvaggia.

Born To Run è immancabilmente ispirante. Rosalita (Come Out Tonight) è sputata come la luce che in quell’istante invade le nostre settantamila anime. I cancelli si aprono per tutti. I cancelli della gioia collettiva. E mio Dio se Dancing In The Dark pompa sangue. Pompa sangue.

American Land, l’Irlanda è in ciascuno di noi, potrebbe non finire mai e nessuno avrebbe il coraggio di spostarsi da li. Nessuno avrebbe il coraggio di smettere di ballare. Smettere di strillare alla vita che vale la pena di viverla. Quando il nostro cugino americano riimpugna inaspettatamente la chitarra è chiaro che ci ama. Twist And Shout è un chiaro rimando a quel primo battesimo di fuoco italiano nel bel mezzo degli anni Ottanta. Dura tantissimo, gronda resistenza. E’ uno schiaffo alla passività. La vita va vissuta. La vita è fatta per essere vissuta.

Sul palco il Boss possiede qualunque cosa. Il suo pugno contiene il mondo, per quelle tre ore. Un suo movimento di ginocchia è un sussulto. Bruce spinge le menti. E’ un tornado di coraggio.

Tre ore di fuoco, sputata energia. Tre ore a sorreggere un muro di suono, giocandoci, aggrappandoci senza mai farlo tremare. Tre ore di concerto del più fottutamente grande Rocker mai esistito.

Questo gruppo di sessantenni che si dimena sul palco è la prova vivente che il Rock ha ancora senso. Io non lo pensavo più. Da tempo avevo smesso di pensarlo. Il Rock divorato dalla velocità, dai sopravvissuti sprazzi di futurismo occidentale che spinge le pupille in un turbine di “oltre”. Oltre la strada, oltre il confine, oltre la casa, gli affetti, gli amici. E senza mai lasciarci porre delle domande. Bruce Springsteen è nato per andare oltre, impossibile negarlo. Ma le domande, se le pone eccome. Ad alcune da anche una risposta. Il suo è un viaggio sì veloce, ma contemplativo. Abbiamo di fronte un poeta della polvere americana, un maestro della riflessione quanto dell’azione. Quell’america così osannata, portata alla solennità tanto quanto evitata. Quell’america simbolo per molti del piccolo sul grande. Quell’america, con le sue contraddizioni, Bruce Springsteen la grida in faccia al mondo con il dolore di chi la ama, tra contrasti, litigi, sogni. L’america che è arrivata dov’è, faticando, macinando passi su passi. Che spesso perde la strada travolta da una pazzia unanime, da un ignoranza non voluta. E nonostante tutto, poggia le basi su colonne nobili. The Boss è un cavaliere tamarro, pelle e muscoli. Poca razionalità. Molte labbra che si contorcono, molto sudore, talloni che faticano.

Bruce Springsteen ha definitivamente abbandonato quella sua sognante e romantica aria da eterno fratello maggiore. Ora è un padre. E ci infonde coraggio. Mi infonde coraggio.

La cosa più bella è il sorriso.

Edoardo Frasso

Summertime Blues

Out In The Street

Radio Nowhere

Prove It All Night

The Promised Land

Spirit In The Night

None But The Brave

Hungry Heart

Candy's Room

Darkness On The Edge Of Town

Darlington County

Because The Night

She's The One

Livin' In The Future

Mary's Place

I'm On Fire

Racing In The Street

The Rising

Last To Die

Long Walk Home

Badlands

Girls In Their Summer Clothes

Detroit Medley

Born To Run

Rosalita (Come Out Tonight)

Bobby Jean

Dancing In The Dark

American Land

Twist And Shout

Risorse




Tutti i commenti

  • rock
    di Corto Maltese - accordiano #9377 | 06 July 2008 @ 21:01
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    <p>Paolo_Gaspare</p>
  • Nell'85 c'ero
    di slowfingers - accordiano #13456 | 06 July 2008 @ 23:40
    • Re: Nell'85 c'ero
      di Lauro - accordiano #1550 | 07 July 2008 @ 18:01
      • Re: Nell'85 c'ero
        di slowfingers - accordiano #13456 | 07 July 2008 @ 23:46
  • Grazie Edo, Grazie
    di ziobrandy - accordiano #563 | 07 July 2008 @ 00:10
    --
    <p>Rev. Cleophus James - parrocchia di Triple Rock
  • trittico
    di Lauro - accordiano #1550 | 07 July 2008 @ 09:23
  • Che dire..
    di Jack Daniel's - accordiano #7725 | 07 July 2008 @ 12:17
    • Re: Che dire..
      di Lauro - accordiano #1550 | 07 July 2008 @ 15:14
  • Anche a me è capita
    di CupidoNet - accordiano #1625 | 07 July 2008 @ 16:10
  • Non vedevo il Boss d
    di sici - accordiano #15295 | 09 July 2008 @ 13:45

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