La presenza di tecnica strumentale massiccia è spesso motivo di incomprensioni dai fruitori di quel che è rimasto della musica Rock. Dalla grande massa di ascoltatori, o è eccessivamente glorificata e osannata, oppure è evitata perché identificata come mancanza di ispirazione. Rigoni non si interessa ne degli uni ne degli altri pareri e la versatilità è una lingua che parla molto bene, e senza troppi fronzoli. L’album insegue un’urgenza espressiva sì virtuosistica ma innamorata del melodico, di una riverenza Pop indiscutibilmente convinta. Le tessiture melodiche tracciate per essere linee cantabilissime e non semplici esercizi fini a se stessi, sono presenti in gran quantità. Il tema di The Factory che apre l’album, trascina nell’ascolto quasi sommerso negli echi elettronici. Rigoni si presenta con un suono urbano e futuristico. Riesce nell’intento di suonare musica che si presta suo malgrado all’avere un suono meccanico, conferendole un tocco di umanità, che fuoriesce dall’album a poco a poco.

Il tutto ricorda di tanto in tanto la schizofrenia di Prince (Bassex). SMS richiama alla mente un ambiente à là Tribal Tech riletti nel nuovo millennio. Roller Coaster è addirittura un Nu Metal spintissimo, a tratti Metal Core nella voce filtrata e, più Zappa che Vai, Glory Of Life si aggira acuta e sentitissima in tempi dispari sinuosi.
Tra accenni Drum’n bass e amore per l’AOR, Rigoni è sorretto da una produzione impeccabile nella godibilissima spinta elettronica, che rende l’album coeso e dinamico, e se non direttamente coraggioso, consapevole di una dimensione di ricerca costante della musica, che in molti scordano.
Una trance ipnotica spesso permea i pezzi, li inorgoglisce nelle pieghe degli arrangiamenti. Desert Break rincorre una cadenza quasi innocentemente rituale, al limite del tribale. L’ossessività dell’elettronica glorifica un discorso strumentale ampio e amorevolmente versatile. Zappa torna ma con più Blues prepotentemente in Jammin’ On Vocal Drums ed Il congedo, Sweet Tears, tastiere in primo piano, possiede addirittura un soffio di Radiohead.
Fondamentalmente Something Different è un tributo alla tecnologia dannatamente tribolante figlia soprattutto del nuovo millennio. In mezzo a tutto questo Rigoni si nutre di Funky.
Strizzando l’occhio ad Alan Parson, esplora il suo strumento con un Progressive che talvolta sfocia in Jazz viziato dall’elettronica più pura. E’ musica ispirata dagli anni Duemila per gli anni Duemila. Il rigore con cui i pezzi sono suonati li rende abbastanza fieri di se, e tutto sommato affascinanti. Rigoni non si è ancora distaccato dai canoni tradizionali delle iconografie Prog Rock ancora assuefatte di Dream Theatre e di Vai, ma siamo felici che di album di esordio solista così freschi, stimolati e ben prodotti, se ne registri ancora.
L’osservazione un po’ cinica con cui si apriva questa recensione (suggerita dell’espediente che Rigoni utilizza, di inserire l’interferenza del telefono cellulare nell’album), è la chiave per capire in parte il lavoro concettuale del disco. Non è scontato per molti che il Rock inteso in forma tradizionale stia arrivando alla sua fine. E per fortuna ci si evolve. La globalizzazione sta toccando anche la musica, portandola su altri lidi. L’abbracciare la tecnologia nei suoi ritmi, i suoi suoni, la sua mancanza di respiri, anzichè ricercare ancora gli anni sessanta in un afflitto e vagamente patetico tentativo di far rivivere il passato, è il punto di partenza per lanciarsi nella novità definitiva.
Alberto Rigoni
Something Different
2008